29 giugno 2013

Riflessione di fine anno, anche se siamo (quasi) a luglio

L'ultimo post è datato 15 marzo 2011, brrr.

Per questo ho deciso di farne uno tutto nuovo, anche se siamo (quasi) a luglio, anche se sto fuori con la felpa anziché essere, come tutti si augurerebbero, sulla spiaggia a prendere l'ultimo sole. Ok, non se lo augurerebbero tutti, ma il vizio del plurale maiestatis non l'ho mai perso, che ci vuoi fare.

Perché sto riprendendo a scrivere? Non lo so, forse perché il cielo è troppo bello per non farlo, forse perché i Dire Straits ispirano, forse perché non ho trovato la decolleté che ti fa dire: è lei. No dai, è la birra dell'aperitivo.

Ma ci sono delle parole che vengono fuori da sole, i tasti seguono docili i pensieri, il senso di quiete che deriva da dieci ore di sonno ti mette in pace con il mondo. Quindi si può scrivere, e quindi si scrive.

C'è un che di malinconico nello scrivere, ma anche un po' di saggio, o forse è la saggezza che tutti vorremmo avere rileggendo qualcosa che abbiamo scritto, qualcosa che sentivamo. Io scrivo per vezzo, scrivo per l'estetica della parola, scrivo per il gusto di scrivere, forse è per quello che non scrivevo da un po', perché avevo perso il gusto di fare le cose per se stesse. Non tutte, ma alcune sì, risucchiate dal frullatore della vita comune, di quella che ti giochi tutti i giorni perché credi di poter creare qualcosa di grande e di diverso, e invece ti giri indietro e hai vissuto la vita quotidiana di tutti quelli a cui pensi con disgusto, dicendoti: io non vivrò mai così, perché io sono diversa.

E passa un anno, e passano due anni. E tu sei presa tra una scadenza, un pagamento delle tasse (arriverò mai a fine mese?) e una lavatrice. E una fottuta vacanza che eh sì, se l'avessi prenotata un mese fa. E le scarpe che non si trovano. E il progetto che va a singhiozzo. E i team, le confcall (papà: sono le telefonate, ma noi le chiamiamo così), i pranzi al bar chepperò questo panino microscopico mi costa un rene. E la palestra che hai pagato e che poi non ci vai mai, perché non hai tempo, dici tu. E la stramaledetta prova costume, che quest'anno sai che non supererai, te lo dice in un orecchio la crocchetta che hai mangiato ieri sera all'aperitivo (questa poi è una cosa che mi sono sempre chiesta: ma se non superi la prova costume che succede? Ti rimandano a settembre? Ti penalizzano per l'anno successivo? "No guardi, non ero preparata per questa domanda, possiamo cambiare domanda mentre mi infilo la tuta da sci?". Non lo so, è che se succede vorrei essere preparata per trattare.)

E' che serve talmente tanto tempo per essere concentrati su tutto che poi viene a mancare il tempo per concentrarsi su se stessi. No, non è la ceretta, non è la lampada perché-sai-quando-vado-al-mare-non-voglio-mozzarellare. Ah ah ah, mozzarellare. No dico, quel tempo in cui prendi, smonti e rifai. Quella concentrazione che ti fa astrarre, ma per un tempo, mica per il tempo di un parrucchiere. Io pensavo di essere brava, invece non ci riesco. Dovrei farlo (disse quella che non va in palestra da due mesi). Dovrei fare tante cose. Inutile che mi guardi con disapprovazione, lo diciamo tutti, io mi sto solo giustificando tramite coscienza collettiva. Anche tu doveresti farlo. (e così sposto la conversazione sull'interlocutore, solleticando il tuo senso di colpa, così finalmente mi lascerai in pace. Ho pur sempre studiato comunicazione.)

Non manca lo spazio e non manca il tempo. Manca solo qualcos'altro, qualcosa che se lo sapessi pubblicherei un bestseller e mi ritirerei a vita privata alle isole Fiji (mamma, le isole Fiji sono qui, dicono che sia un posto molto bello e che non ci siano le zanzare, anche tu apprezzeresti). O forse manca solo il saper riconoscere le cose di valore nella vita comune, quella che dici "non farò mai", quella che in fondo stai vivendo tutti i giorni, quella che è in grado di darti le risorse giuste, gli spunti giusti. Boh, io ci sto provando.

15 marzo 2011

Riflessione pluriennale sulle mostre

Ciao amica (e amico), passo di qui solo per dirti una riflessione che ecco, ci ho messo un po' a maturarla, ma l'ho maturata bene. E' a proposito dell'arte e non è stato facile arrivarci, ma ecco, insomma, eccola.


Se in una mostra trovi un'opera che ti smuove per un attimo e ti lascia un segno indelebile, la mostra valeva il prezzo del biglietto.
Se ne trovi due, hai visto una grande mostra.
Se ne trovi tre, me lo dici che ci voglio andare anch'io?

Grazie, stai bene.



03 marzo 2011

Aria di qualcosa

E' che la sostituzione quantità per qualità non è mai così automatica. E' anche che lo spaziotempo dedicato ai pensieri c'è e non c'è. Sarà anche un po' perché ho capito qual è il motto della mia vita ("puoi non provarci, e non rimarrai mai deluso. ma se non provi, non avrai mai una sola possibilità di vittoria"). Ma, insomma, eppur si muove. Sarò presto a Pesaro. E da domani inizio con la palestra e Vincenzo non sa ancora cosa lo aspetta, la cliente più difficile della sua vita. Sono con te, sappi che sono con te col cuore e con la mente.

05 gennaio 2011

Diciannove luglio duemilaequalcosa

Una barca, una veleggiata notturna, una vita intera che come la prua di una nave guarda l'oceano un po' più in là e decide di virare da un lato.

Sono qui e mi guardo intorno, guardo le cose, guardo me. Sono in uno di quei posti dove il blu è color pastello e il verde gli fa il verso, dove il cielo è dipinto a campitura piatta e le nuvole sono soffiate fuori con la bomboletta a mo' di vezzo. Sono qui sotto un sole limpido e violento, in un posto dove ieri sera mi serviva la giacca. In un posto dove una giornata intera di vento -e indiscutibilmente qualche ora di sonno in più- cambia le prospettive, tutte.

In questo posto speciale ci si sdraia su un balcone, ci si prende a cuscinate, si canta a squarciagola senza la paura di spaventare i vicini e si guarda fuori dalla finestra con un sorriso talmente ebete che sembra fatto apposta. In questo posto si fa quel che si vuole, compreso far colazione all'una con il gelato e ascoltare l'ipod senza preoccuparsi che qualcuno di fuori stia parlando. In questo posto si suda e dopo un po' fa freddo, si prende il sole nudi e si sta all'ombra senza una regola. In questo posto ci sono tanti gatti, e una televisione che sembra di essere al cinema. E c'è la partita e la birra ghiacciata e i cibi surgelati e le ciambelle fresche. E tante creme diverse per fare le coccole alla pelle. E oltretutto in questo posto si ride sempre, così, senza una regola e senza un motivo.

Questo posto ha tra tutte una caratteristica speciale. Quando sei qui hai lo spazio per pensare. Lo spazio fisico, visivo, mentale. Si pensa, senza preoccuparsi dell'orologio, si pensano cose diverse a seconda del momento della giornata, a seconda della musica che c'è intorno. Credo che questo posto sia adatto per pensare perché si respira. E più di ogni altra cosa si pensa in quel modo libero e senza confini che ti permette di capire e di riordinare le idee, in quel modo speciale che non ha vincoli di spazio o di concetto. Qui ci si riordina la vita, si fa sempre punto e a capo, qualsiasi cosa sia successa prima, qualsiasi cosa succederà dopo. Qui ci si ferma un attimo, e tutto intorno si calma. E ciò che rimane sono le cose davvero importanti. Io qui penso alle cose importanti e solo per pochi istanti ho l'impressione di saperle anche riconoscere.

27 dicembre 2010

Buoni propositi e auguri per il 2011

Ho saltato gli auguri di Natale ma non mi perdo gli immancabili buoni propositi&auguri di Capodanno (Presidente, hai visto, sono avanti perché ti stimo, fratello).

Partiamo dai buoni propositi. Huh. Finito.

E ora passiamo agli auguri. Lascio a te, leggente, decidere se li vuoi per te oppure no, in caso puoi sempre andare a vedere Natale a Cernusco Sul Naviglio, nei migliori cinema tra le 20 e le 20.10 in un giorno che non comunicheremo al pubblico.

Leggente, ti auguro per il 2011 di alzarti ogni mattina con due sogni, del valore da modesto a superiore di dispendio energetico , da portare avanti con ostinazione e orgoglio. Uno di questi potrà occasionalmente non andare in porto, oppure uno dei due potrà improvvisamente riuscire. In tutti i casi, tu tienine sempre due su cui lavorare, tutti i giorni.

E ora sciò, a finire il panettone. Io ci metto l'alka seltzer.

Auguri, eh.

12 dicembre 2010

Back from NYC

Con un po' di fatica, lo ammetto, non solo per l'impatto-vacanza, soprattutto per la nottata a Charles De Gaulle, nottata in cui ho visto cose che voi umani. In compenso c'è da dire che sono l'unica persona che conosco che torna felice dalle vacanze.


Questo viaggio in solitaria ha prodotto molte cose.

La prima, tante foto. Tantissime. Che sono state accuratamente selezionate, ho salvato 50 su circa 700 scatti, non male.

La seconda, tante camminate e tanta arte, tantissima arte. Moma, Cooper-Hewitt, MAD, Frick Collection. Una full immersion necessaria e inevitabile, che mi regalerà alcune settimane di ossigeno. Poi basta, poi si deve cercare qualcos'altro, che la bombola di ossigeno artistico si esaurisce in fretta, ma tant'è.

La terza, tante pagine. La mia moleskine è sbocciata come un albero in primavera, con una serie di cose scritte un po' qui e un po' là, raccogliendo idee sparse e rendendole in forma ancora più sparsa. Scrivendo ovunque, nei locali, nei musei, nei parchi e segnando di tutto, appunti, disegni, idee, riquadri, keyword. Mi mancava.

La quarta, tante persone viste, conosciute, incrociate. Persone con cui ho riso, esplorato, bevuto. Persone che non rivedrò più, ma che mi hanno regalato una parte di loro che ha contribuito a rendere questo viaggio indimenticabile.

La quinta, tanti negozi. Tra cui, strano ma vero, mi rimarrà negli anni l'esperienza di M&Ms world, tre piani di tutto il merchandising producibile dalla mente umana brandizzato M&Ms, con confetti giganti che si facevano fotografare con le persone, tubi di due metri pieni di cioccolatini colorati, e poi magliette, gioielli, distributori di chewing gum, cuscini, racchette da ping pong e chi più ne ha più ne metta. Ah sì, anche Bergdorf Goodman era un bel posto, comunque, con le Blahnik e le Loubutin buttate su una rastrelliera divisa per numeri come ai mercatini. E in saldo al 30%, come nelle migliori tradizioni dei mercati rionali. Peccato solo per il prezzo di partenza.

La sesta, l'esperienza di un viaggio intero da sola, senza vincoli, senza una pianificazione se non quella che inventavo la mattina mentre facevo una lunghissima colazione a Le Pain Quotidien. Cartina, moleskine e penna e via, come se non esistesse evoluzione culturale. In giro a riflettere, a odorare, a esplorare le vie, a infilarmi negli Starbucks quando il freddo diventava insopportabile. Senza meta e senza orari, mangiando quando ne avevo voglia, passando un'ora a guardare qualcosa se così mi andava, parlando con le persone che mi ritrovavo di fianco. Mi sono anche innamorata, una volta, ma credo che un colloquio di due sole frasi con uno sconosciuto mai più rivisto ("cosa sta succedendo?" "non lo so, è quello che sto cercando di capire anch'io") non sia sufficiente a gettare le basi per un rapporto solido, così ho lasciato perdere.

La settima, l'aver inventato un nuovo e pratico metodo per annullare gli effetti del jetlag. Usa anche tu il metodo Feba, lo puoi fare anche tu seguendo queste poche e semplici istruzioni:
1. prenota un volo alle 23.30, dopo esserti assicurato di aver camminato tantissimo in lungo e in largo
2. dormi poco e male in aereo
3. arriva in aeroporto e fatti annullare il volo causa neve, ma prima assicurati di aver passato almeno 6 ore su un bus cercando di raggiungere il secondo aeroporto da cui saresti dovuto ripartire, per poi tornare al punto di partenza
4. passa almeno altre 6 ore in fila, in piedi, da solo, senza spostarti e senza aver mangiato dopo la colazione
5. buttati per terra e prova a dormire, ma non più di un'ora, l'ideale è tra le 3 e le 4, in modo da poterti rimettere in fila non più tardi delle 4.15
6. riparti con il primo volo disponibile, diciamo verso le 19.30
7. quando arrivi a casa e vedi un letto vero, svienici sopra

Ecco fatto. Con questo metodo il giorno dopo ti sveglierai fresco e riposato e avrai completamente annullato l'effetto delle 6 ore di differenza. Facile, no?

Per l'ottava, la nona e la decima posso permettermi di contare sulla tua immaginazione, perché ormai hai capito che da qualunque parte la si guardi, questa è decisamente un'esperienza straordinaria.

01 novembre 2010

foto e dintorni

C'è una cosina, che ho fatto di recente per il mio amico Samuele. Se gli piace, io la linco qui.

(ciao papà)

13 marzo 2010

Realtà, realismo e oggettività dell'obiettivo

A gennaio mi ero posta un unico obiettivo artistico/culturale (meglio uno alla volta che tutti insieme, si rischia la frustrazione del porcavaccalodovevofareeinvecenoncisonoriuscitamannnaggiaame), che prevedeva una visita alla mostra dedicata a Steve McCurry. Ovviamente non ce l'ho fatta. Per grazia ricevuta, la mostra è stata in seguito prorogata fino al 28 febbraio, fatto che non prevedeva più alcun tipo di scusante già utilizzata almeno una volta in passato (di scuse autoinventate per sistemarsi la coscienza ne esiste un ampio bacino da cui attingere).
Ebbene, devo dire che l'esperienza è da scindere in due parti che prendono strade opposte.

Esperienza museale. Ho deciso di andare a vedere la mostra un giovedì sera, unico giorno in cui era possibile accedere fino alle 22, prenotando i biglietti online su (caldo) consiglio di un amico. Il centinaio di persone in fila alle 8 di sera costrette a entrare scaglionate, oltre a dare ragione all'amico di cui sopra, faceva temere il peggio. In effetti, all'interno del seppur ottimo contesto del Palazzo della Ragione, la gente era ammassata davanti alle immagini dell'unica sala espositiva. Presa da attacco di claustrofobia, dominato solo a tratti, umida di pioggia che quella sera (guardacaso) bagnava Milano, accaldata per la ressa e per le lampade di illuminazione, la mia visita è durata venti soffertissimi minuti. Le foto fitte come fogliame e le etichette lasciate rase al pavimento non hanno aiutato granché.

Esperienza personale. I venti minuti in cui sono rimasta dentro mi hanno dato materiale su cui pensare per diversi giorni. Cosa mi rimane di questa mostra? La suddivisione delle foto in alberi che rappresentano tematiche più ampie, come la gioia e il dolore, ravvicinate al punto da compenetrarsi l'un l'altra senza soluzione di continuità, lo sguardo dei soggetti che ti trapassa da parte a parte, i colori che ti spalancano gli occhi, il passaggio repentino da un contesto all'altro girando la faccia, il senso di essere impotente al centro di qualcosa di più grande di te, le emozioni che ti schiaffeggiano ogni volta che cerchi di fare un passo avanti, la fermezza realista che ti urla in faccia quando cerchi implorante di distogliere lo sguardo, l'inquietudine nel cercare di trovare un senso a ciò che invece ti viene messo davanti nudo e oggettivo come una natura morta.


La mostra è stata nuovamente prorogata fino al 21 marzo, come indicava un A4 stampato in fretta e furia e appeso fuori dal cancello a metà febbraio. Hai ancora una settimana per non perderti quello che non ti devi perdere.