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12 dicembre 2010

Back from NYC

Con un po' di fatica, lo ammetto, non solo per l'impatto-vacanza, soprattutto per la nottata a Charles De Gaulle, nottata in cui ho visto cose che voi umani. In compenso c'è da dire che sono l'unica persona che conosco che torna felice dalle vacanze.


Questo viaggio in solitaria ha prodotto molte cose.

La prima, tante foto. Tantissime. Che sono state accuratamente selezionate, ho salvato 50 su circa 700 scatti, non male.

La seconda, tante camminate e tanta arte, tantissima arte. Moma, Cooper-Hewitt, MAD, Frick Collection. Una full immersion necessaria e inevitabile, che mi regalerà alcune settimane di ossigeno. Poi basta, poi si deve cercare qualcos'altro, che la bombola di ossigeno artistico si esaurisce in fretta, ma tant'è.

La terza, tante pagine. La mia moleskine è sbocciata come un albero in primavera, con una serie di cose scritte un po' qui e un po' là, raccogliendo idee sparse e rendendole in forma ancora più sparsa. Scrivendo ovunque, nei locali, nei musei, nei parchi e segnando di tutto, appunti, disegni, idee, riquadri, keyword. Mi mancava.

La quarta, tante persone viste, conosciute, incrociate. Persone con cui ho riso, esplorato, bevuto. Persone che non rivedrò più, ma che mi hanno regalato una parte di loro che ha contribuito a rendere questo viaggio indimenticabile.

La quinta, tanti negozi. Tra cui, strano ma vero, mi rimarrà negli anni l'esperienza di M&Ms world, tre piani di tutto il merchandising producibile dalla mente umana brandizzato M&Ms, con confetti giganti che si facevano fotografare con le persone, tubi di due metri pieni di cioccolatini colorati, e poi magliette, gioielli, distributori di chewing gum, cuscini, racchette da ping pong e chi più ne ha più ne metta. Ah sì, anche Bergdorf Goodman era un bel posto, comunque, con le Blahnik e le Loubutin buttate su una rastrelliera divisa per numeri come ai mercatini. E in saldo al 30%, come nelle migliori tradizioni dei mercati rionali. Peccato solo per il prezzo di partenza.

La sesta, l'esperienza di un viaggio intero da sola, senza vincoli, senza una pianificazione se non quella che inventavo la mattina mentre facevo una lunghissima colazione a Le Pain Quotidien. Cartina, moleskine e penna e via, come se non esistesse evoluzione culturale. In giro a riflettere, a odorare, a esplorare le vie, a infilarmi negli Starbucks quando il freddo diventava insopportabile. Senza meta e senza orari, mangiando quando ne avevo voglia, passando un'ora a guardare qualcosa se così mi andava, parlando con le persone che mi ritrovavo di fianco. Mi sono anche innamorata, una volta, ma credo che un colloquio di due sole frasi con uno sconosciuto mai più rivisto ("cosa sta succedendo?" "non lo so, è quello che sto cercando di capire anch'io") non sia sufficiente a gettare le basi per un rapporto solido, così ho lasciato perdere.

La settima, l'aver inventato un nuovo e pratico metodo per annullare gli effetti del jetlag. Usa anche tu il metodo Feba, lo puoi fare anche tu seguendo queste poche e semplici istruzioni:
1. prenota un volo alle 23.30, dopo esserti assicurato di aver camminato tantissimo in lungo e in largo
2. dormi poco e male in aereo
3. arriva in aeroporto e fatti annullare il volo causa neve, ma prima assicurati di aver passato almeno 6 ore su un bus cercando di raggiungere il secondo aeroporto da cui saresti dovuto ripartire, per poi tornare al punto di partenza
4. passa almeno altre 6 ore in fila, in piedi, da solo, senza spostarti e senza aver mangiato dopo la colazione
5. buttati per terra e prova a dormire, ma non più di un'ora, l'ideale è tra le 3 e le 4, in modo da poterti rimettere in fila non più tardi delle 4.15
6. riparti con il primo volo disponibile, diciamo verso le 19.30
7. quando arrivi a casa e vedi un letto vero, svienici sopra

Ecco fatto. Con questo metodo il giorno dopo ti sveglierai fresco e riposato e avrai completamente annullato l'effetto delle 6 ore di differenza. Facile, no?

Per l'ottava, la nona e la decima posso permettermi di contare sulla tua immaginazione, perché ormai hai capito che da qualunque parte la si guardi, questa è decisamente un'esperienza straordinaria.

01 novembre 2010

foto e dintorni

C'è una cosina, che ho fatto di recente per il mio amico Samuele. Se gli piace, io la linco qui.

(ciao papà)

13 marzo 2010

Realtà, realismo e oggettività dell'obiettivo

A gennaio mi ero posta un unico obiettivo artistico/culturale (meglio uno alla volta che tutti insieme, si rischia la frustrazione del porcavaccalodovevofareeinvecenoncisonoriuscitamannnaggiaame), che prevedeva una visita alla mostra dedicata a Steve McCurry. Ovviamente non ce l'ho fatta. Per grazia ricevuta, la mostra è stata in seguito prorogata fino al 28 febbraio, fatto che non prevedeva più alcun tipo di scusante già utilizzata almeno una volta in passato (di scuse autoinventate per sistemarsi la coscienza ne esiste un ampio bacino da cui attingere).
Ebbene, devo dire che l'esperienza è da scindere in due parti che prendono strade opposte.

Esperienza museale. Ho deciso di andare a vedere la mostra un giovedì sera, unico giorno in cui era possibile accedere fino alle 22, prenotando i biglietti online su (caldo) consiglio di un amico. Il centinaio di persone in fila alle 8 di sera costrette a entrare scaglionate, oltre a dare ragione all'amico di cui sopra, faceva temere il peggio. In effetti, all'interno del seppur ottimo contesto del Palazzo della Ragione, la gente era ammassata davanti alle immagini dell'unica sala espositiva. Presa da attacco di claustrofobia, dominato solo a tratti, umida di pioggia che quella sera (guardacaso) bagnava Milano, accaldata per la ressa e per le lampade di illuminazione, la mia visita è durata venti soffertissimi minuti. Le foto fitte come fogliame e le etichette lasciate rase al pavimento non hanno aiutato granché.

Esperienza personale. I venti minuti in cui sono rimasta dentro mi hanno dato materiale su cui pensare per diversi giorni. Cosa mi rimane di questa mostra? La suddivisione delle foto in alberi che rappresentano tematiche più ampie, come la gioia e il dolore, ravvicinate al punto da compenetrarsi l'un l'altra senza soluzione di continuità, lo sguardo dei soggetti che ti trapassa da parte a parte, i colori che ti spalancano gli occhi, il passaggio repentino da un contesto all'altro girando la faccia, il senso di essere impotente al centro di qualcosa di più grande di te, le emozioni che ti schiaffeggiano ogni volta che cerchi di fare un passo avanti, la fermezza realista che ti urla in faccia quando cerchi implorante di distogliere lo sguardo, l'inquietudine nel cercare di trovare un senso a ciò che invece ti viene messo davanti nudo e oggettivo come una natura morta.


La mostra è stata nuovamente prorogata fino al 21 marzo, come indicava un A4 stampato in fretta e furia e appeso fuori dal cancello a metà febbraio. Hai ancora una settimana per non perderti quello che non ti devi perdere.

30 novembre 2009

Percorsi marini

E due. Puf, pant, la Junk Collection è stata esplorata in un tempo nettamente inferiore a quello che avrebbe meritato. Questa mostra andava assorbita, respirata, aveva bisogno di uno spettatore partecipante che si sa lasciare andare alle impressioni.


La mostra apre con un'ondata di luce blu, che illumina piccoli atolli composti da anelli di plastica inanellata su se stessa, un'ondata di luce liquida, acqua rarefatta. L'artista non si è giocata subito la sua opera da cartellone, quella splendida balenottera lignea e inerte, quella l'ha mescolata tra le opere proiettate nell'aria dai faretti sul pavimento. La sala è piccola e coronata da volte affrescate, buia, le opere emergono come se brillassero di luce propria. Ed è un susseguirsi di pesci, paesaggi, fiori, figure oscure che sembrano fantasmi tornati alla luce per ricordarci la superficialità dell'abbandono. Un pregevole video (realizzato perlopiù in stop motion) ha completato l'esperienza, regalandomi un'idea di cosa significherebbe (ri)dare vita a quegli oggetti.

Definitivamente un'ottima scelta, quella di vedere la Junk Collection. Prossima tappa: biennale d'arte conteporanea di Firenze, se gliela fo.

22 novembre 2009

Update di frontiera: arte, libri e varietà

Dovuto e doveroso. Grazie per esserti preoccupato di passare a vedere come sto.

Un paio d'ore di Gehry e accessible design. Una giornata di energie consumate. Le mostre sono enormemente stancanti, non ci posso fare niente, ho bisogno di un'enorme concentrazione, che non sempre mi basta per uscirne con una carica creativa positiva.

La mostra dedicata a Frank O. Gehry, in triennale, è stata piuttosto deludente. Non per Gehry, mia archistar favorita di sempre, quanto per la mostra in sé, che propone l'insieme di progetti e modelli che rappresentano la sua produzione dopo la svolta artistica (?) del 1997. Un accesso facile, con il Guggenheim di Bilbao, per poi proseguire con modelli di studio affiancati da brevi spiegazioni e da insight sui concept, solo raramente accompagnati dal perché delle scelte, del contesto (fisico e culturale). Uniche eccezioni, la Walt Disney Concert Hall (ma è un progetto consegnato nel 2003, la documentazione disponibile è più vasta) e il progetto per la Louis Vuitton Foundation, che viene ampiamente contestualizzato e dove le scelte dei materiali sono esplicitate con criterio. Ma non sono un architetto, né un designer, solo un'amante affascinata e impulsiva, troppo lontana dal commento entusiastico "bello, ma tanto ora è di moda fare gli edifici così" (sentito realmente). Peccato.

Interessante il "Serie fuori serie", anche se aver transitato per un tempo al Design Museum di Londra e conoscere già (vita e miracoli del)la metà degli oggetti esposti toglie un po' di fascino all'esposizione. In ogni caso, l'allestimento è interessante e ne è risultata una passeggiata rilassante.

Oggi è anche l'ultimo giorno per la Junk Collection, che vista così sembra meritare una visita. Farò in modo di passare entro sera.

Altre cose che sto facendo in questo periodo. Leggo appena ho un minuto libero. García Márquez, Pennac, Calvino, Woolf, Miller, Watterson (Calvin&Hobbes), insomma, non importa, basta esplorare altri mondi.

Sono in esplorazione, sì. Anche di campagne (basta guardare il peso che hanno qui), di amicizie, di novità (martedì mi trovi qui). E penso per la prima volta al Post Sotto l'Albero aka PSlA (qui quello del 2008). Probabilmente non ne esce niente di particolarmente significativo ma si sa, la prima volta è sempre la prima volta.

Insomma, un po' di cose tutte insieme. Magari tra un po' ne tiro fuori qualcosa di buono.

12 settembre 2009

Vorrei iniziare con una riflessione sul marketing post-moderno

Ma oramai lo faccio ogni volta. Quindi parliamo d'altro.


Un breve accenno -necessario e indispensabile come il sale nell'acqua della pasta- è per gli amici ritrovati un po' qui e un po' là, sotto la pioggerella estiva che sorprendeva bagnanti e barcampisti e sotto la pioggerella estiva che sorprendeva festeggiata e festeggianti.

(Forse porto un po' sfiga.)

Ho qui un post tra le bozze da così tanto tempo che se aspetto ancora un po' impara a cliccare da solo su publish. Il post risale a qualche mese fa, quando ancora non avevo esperito il mite clima estivo milanese e quando il mio equilibrio mentale era... vabé, insomma, è da un po'.

La riflessione nasceva là in quell'edificio estraneo ma dal nome familiare. Così affezionata alle sale della più rassicurante Modern, con la lounge dalla quale si abbraccia Saint Paul, recarmi a passo deciso verso la più classica Britain è stata una prova di forza. Ho un'attenuante che userò come scudo concettuale: a trascinarmi fin là è stata Altermodern (ma soprattutto il suo sottotitolo, postmodernism is dead).

Della quale non parlerò.

Parlerò invece di un argomento inedito e inaspettato, ovvero del mio incontro con Turner.

No, non in persona. Io sono ancora viva, o così almeno conferma l'anagrafe.

Parlerò di Turner e di quanto Turner mi faccia tenerezza. Ma parlerò anche di Rothko, come sempre male. D'altra parte che non ci siamo mai piaciuti è ormai sulla bocca di tutti ed è riconducibile a un vecchio (e per fortuna subito riparato) errore di gioventù.

In compenso amo Turner. Turner è a suo modo un po' genio, un po' scienziato e molto autodidatta. Sperimenta, ama, distrugge. Assolutamente adorabile.

Certo è che qualche problemino lo ha avuto, per esempio ha convissuto con un problema di sicuro terribile, disimparare nel tempo a dipingere figure umane. Deve essere stata dura. Turner aveva anche un po' il problema della nebbia, me lo vedo strizzare gli occhietti cercando di capirci qualcosa e alla fine dipingere un po' a cazzo e quello che viene viene. Ma in fondo Turner è tenero: figurativo, un po' schizofrenico e mezzo dark. Già me lo vedo nella sua intimità, con il pantalone sceso e il panama al contrario, mentre guarda la tela col broncio e regge con la stessa mano birra e pennello. Per queste e altre ragioni che non sto a sviluppare in questa sede ritengo che Turner sia il mio simpatico creativo emo preferito.

In compenso, a rovinare questo idillio, in una delle sale erano appese una crosta di Turner e una di Rothko. Ma dico, sono qui che faccio i cuoricini nelle tele di Turner e improvvisamente inciampo in quell'altro. In compenso, anche Rothko ammirava Turner, al punto di aver regalato alla Tate alcuni dei suoi murales. La prima volta che Rothko vide alcune opere di Turner al Moma, con la sua solita modestia, dicharò: This guy Turner, he learnt a lot from me.

Ma basta parlare di Turner, parliamo di me.

Come alimento prossimamente a Milano la mia fame artistica?

08 aprile 2009

L'artista degli opposti

E ci risiamo, tanti post in bozza e invece decido di seguire il flusso e parlare di altro.


Ieri ho incontrato Roni Horn. Cioè, non lei in persona, ma lei attraverso le sue opere. Roni Horn non la conoscevo e non l'avrei conosciuta se non fossi passata davanti alla Tate Modern giusto in tempo per rendermi conto che c'era una seconda temporanea a fianco a quella maggiormente pubblicizzata sul costruttivismo di Rodchenko e Popova.

Ora, io con i contemporanei ho un problema, mi presento sempre impreparata. La maggior parte della mia esperienza con le opere d'arte avviene così, una visione di impatto, senza fronzoli né opinioni, solo io e quello che mi sta davanti. Le prime sale mi servono per contestualizzare e per definire una mia mappa, per trovare agganci, connessioni, differenze, per ridefinire la realtà con nuovi presupposti. Va da sé che l'esperienza è totale, ma ha i suoi lati negativi: perdo un sacco di dettagli che, a saperlo prima, col cacchio che sarei passata oltre con quello stupido sguardo di sufficienza.

Con Roni Horn ci ho messo un po', non capivo la decontestualizzazione dei suoi disegni, non capivo su cosa ragionava, non capivo cosa stava cercando di dirmi. Ci ho messo otto sale per capire perché me ne stavo lì a girovagare per le opere senza afferrare niente di quello che mi passava per la testa. E' stato proprio lì, nella sala otto, che ho trovato il mio percorso.
Acqua. Solo acqua. Solo acqua del Tamigi, replicata più volte, acqua nera, acqua increspata, acqua agitata, acqua traforata da altra acqua che cade. E centinaia di note, trentacinque o quaranta per ogni foto, che spezzano la continuità, che creano movimento, che ti chiamano in causa e ti invitano a ragionare. Ho trovato la chiave. Tutte le opere racchiudono in sé il proprio significato e il significato opposto, le sculture sono lucide e opache, trasparenti e impenetrabili, i disegni sono unitari e decomposti, le immagini rappresentano animato e inanimato, azione e immobilità, familiarità e ignoto. Roni Horn è l'artista degli opposti, lavora con te per portarti distante da te.

Poi ci sono anche altre considerazioni, tutte quelle contenute nella guida all'ingresso, che mi costringeranno a rivedere la mostra. Ma la mia intimità con quelle opere è nata da un lavoro solitario, impreciso, approssimativo, emotivo. E credo sia proprio una questione di emozione, uscire dalle sale con questo senso di leggerezza, sapendo di aver trovato l'ennesimo nuovo eccitante punto di vista da cui guardare la realtà.

05 febbraio 2009

Art&crafts/Esclusivo: Francesca intervista Feba

Nella foto: a sinistra, Feba. A destra, Francesca

Perle rosa, bianche, brillantini, pinze, pietre dure. Entrare nello studio di creazione di Feba è un po' come entrare nella grotta delle meraviglie. Ha fatto scalpore la sua recente entrata nel mondo dell'art&crafts, quando si è presentata come ideatrice di gioielli di perle esclusivi, elogio della semplicità e della femminilità. Tra le sue attività, ricordiamo le immagini delle collezioni viste attraverso l'occhio della Nikon, le preview delle collezioni e il negozio su Etsy. Feba ci accoglie con un sorriso, un filo d'argento in una mano, alcuni pezzi di acquamarina nell'altra.

Francesca: Feba, nessuno sapeva della tua passione (la creazione di gioielli a mano, ndr). Da dove viene? E quando hai cominciato?
Feba: Il fermento artistico c'è sempre stato, negli anni ha cercato di esprimersi in diversi modi, dagli strumenti musicali, all'arte, ai lavori manuali... Diciamo che questa non è altro che una nuova tappa... A Natale non riuscivo a trovare la collana che cercavo, ho pensato: se so esattamente cosa voglio, perché non farlo? Ne ho fatta una, ne ho fatta una seconda... ed eccoci qui.

F: Prima Friendfeed, poi Etsy... come sei passata dalla conversazione al negozio?
F: Mi piaceva l'idea di proporre prima i miei gioielli alle persone che mi conoscono, in un luogo dove potessero commentare, dare la loro opinione e darmi qualche prezioso consiglio per continuare. In cambio, io propongo i miei pezzi con un anticipo di qualche giorno rispetto alla pubblicazione su Etsy. Finora sono stata molto soddisfatta, spero di poter continuare a lungo!

F: Nell'ambiente si dice che tu voglia creare solo pezzi unici. E' vero? E non hai paura di finire le idee?
F: Tutti quelli che hanno un'idea hanno paura di non potersi rinnovare. L'ispirazione può venire da qualsiasi parte, basta tenere gli occhi aperti. E se le idee finiscono, significa che è il momento di fare altro. Ma fino a quel giorno, solo pezzi unici. Quello che mi interessa è sperimentare, non produrre in serie. Ho deciso di scegliere e sperimentare i materiali, di fare le cose con accuratezza e di coccolare chi sceglie i miei pezzi.

F: Perché questa predilezione per le collezioni complete?
F: Perché ho sempre portato poche cose, ma coordinate. Ho sempre odiato il fatto di dovermene andare in giro a volte per anni per trovare l'abbinamento giusto. Una volta comprai una collana meravigliosa, ma molto pretenziosa, a Mantova. Ci vollero due anni, e un viaggio a Parigi, per trovare orecchini che potessero accompagnarla. Ecco, con le mie piccole collezioni vorrei evitare alle donne questo genere di peregrinazioni.

F: Come sei arrivata a un tuo stile personale?
F: Nell'abbinare i materiali, ho una sola regola. Faccio solo pezzi che io stessa indosserei. Posso arrivare a fare qualcosa su commissione, ma lo stile rimane comunque semplice, pulito, mai eccessivo. So che tutto questo non è molto marketing oriented, ma diciamoci la verità: chi se ne frega? (ride)

F: Credi che continuerai anche in futuro?
F: Ci sono alcune cose in cantiere, la tesi, un'attività in zona (Londra, ndr), insomma, ancora non so di preciso quanto tempo libero mi rimarrà durante l'anno ma mi piacerebbe imparare tecniche nuove, per riuscire a variare il lavoro il più possibile. E poi tra qualche anno chissà, magari ci ritroveremo tutti all'inaugurazione del mio primo negozio con wi-fi...

Intervista: Francesca. Foto: Francesca. Abiti: Random. Trucco: Nature.

29 gennaio 2009

Se questo è un genio

Rothko è l'artista più sopravvalutato di tutti i tempi. Ora capisco perché è così faticoso trovare le sue opere tutte insieme. Quando vedi la prima, pensi che Rothko sia un dannato genio. Quando vedi la seconda, pensi che Rothko sia sì un genio, ma un po' ripetitivo. Quando vedi la terza pensi che genio è una parola grossa. Quando vedi la settima inizi a pensare che anche una sua eventuale carriera da imbianchino non sarebbe stata poi così soddisfacente. La mia visita alla mostra su Rothko è durata otto minuti, i primi cinque passati a guardarmi intorno, i successivi tre a cercare la via più breve per uscire dalla sala. Poi è questione di gusti, io (per dire) sono una groupie di quello squilibrato di Pollock, ma tant'è.

Così corro fuori e cerco quella sala là, quella dei minimalisti. Ah, finalmente senso. Una forma geometrica bianca schizzata su un muro bianco. Un'enorme scritta al neon. I miei neuroni iniziano a mettersi in moto, cercando senso. Un viaggio nello spazio distorto di LeWitt e l'approdo sull'isola delle parole, quel miscuglio di concreto e irreale che solo un allenato Holzer può mettere insieme. Parole e colori, colori e forme geometriche, forme geometriche e lettere. Regole, solo regole. Queste composizioni sono pregne di regole, sono rette da regole, sono la sistematizzazione delle regole. E dalle regole si passa ai principi strutturali. Adoro la regolarità, soprattutto quando si fa forma, la forma ingloba lo spazio nella figura e la figura diventa una vuota portatrice di senso, restituendo all'osservatore il suo mondo. O inglobando il mondo dell'osservatore. O facendo diventare l'osservatore l'oggetto stesso dell'osservazione. Ma negando se stessa l'opera ritorna a essere opera, rigettando l'osservatore stordito e confuso nel suo stesso mondo.

Allora si smette di giocare con lo spazio e si torna a guardare i quadri alle pareti. Datemi una dose di cubismo, per favore, sono in astinenza da settimane. Sbattetemi in faccia un Picasso, datemi un cucchiaio di Balla. Il mio problema coi cubisti è che mi danno appetito, ma poi mi ingozzo a tal punto da non riuscire più a distinguere i sapori, rincorro le sagome abbozzate senza avere il tempo di assaporare, o di riflettere.

E poi solo altre tre parole. Pop. Art. Yo. Un Rauschemberg che ammicca a un Lichtenstein che cede il passo a un Johns. Basta, credo che questo sia il momento giusto per uscire, non credo di poter andare oltre. E invece un passo avanti e un Matisse sta lì a fissarmi, e in mezzo a due Bonnard chi mi ritrovo? L'Ave Maria di Cattelan. No, dico, che ci fa Cattelan in una sala che si chiama "Dopo l'impressionismo"? Sospensione dell'incredulità, perché lì di fianco trovo un Mondrian inedito e in ottima forma.

Ecco, sapevo che non avrei retto più di un'ora. Mi trascino fuori dopo un'ora e un quarto sfinita. Consumata. Respiro. Datemi una secchiata in faccia di Real Life, please.

(tutto questo è ovviamente il frutto della seconda spedizione punitiva alla Tate Modern, come avevi già capito)

22 gennaio 2009

Hai mai camminato dentro un'opera di fantasia?

Entrare allo Shunt richiede la sospensione dell'incredulità.

Una volta mi sono trovata a camminare come Gulliver in una città fatta di casine e palazzi che mi arrivavano al ginocchio. Un'altra volta ho visto gente improvvisare un concerto in una mansarda. Una terza volta sono entrata in un intricato roseto. Ieri sera, per dire, ho visto la Madonna, con tanto di aureola celeste e cuore rosso illuminato.

E no, non mi faccio di acidi, anche se potrei raccontare di aver visto un carillon grande come una stanza fatto suonare da vecchie singer. Oppure di aver guardato su un muro un racconto di Edgar Allan Poe. Figurine di cartoncino che si rincorrono davanti a una luce fissa. Veder scendere dal soffitto due trapeziste o passare in una stanza con quadri fotografici o attraversare una sala con due mega hula hop illuminati da luce blu o rossa con dentro figure umane che si contorcono ormai è la cosa più normale che abbia fatto.

Sarà perché entri direttamente dalla metro. Sarà perché devi attraversare cripte buie, e nicchie, e gente che sussurra, e stanze con vecchi sedili di vecchi cinema e un telone pronto a illuminarsi prima di arrivare a una specie di salone principale. O forse sarà perché così immerso nel buio a un certo punto puoi sentire un pianoforte che suona in lontananza, e forse è suggestione, o forse è solo qualcuno che si è messo a improvvisare a uno dei vecchi pianoforti a coda disseminati tra le sale. Fattostà che se decidi di entrare allo Shunt devi mettere in conto la sospensione dell'incredulità. Davvero.

16 gennaio 2009

Un'ora alla volta, per favore

Un'ora. Un'ora tra tele, materiali, soffitti alti, oggetti a tre dimensioni, muri candidi. Un'ora di ispirazione, un'ora perché è così che si fanno le cose accuratamente, ma senza lasciarsi sopraffare, senza lasciarsi confondere, permettendo alle sensazioni di fluire e sedimentare, senza che siano costrette a lasciare frettolosamente spazio a tutto il resto. Un'ora perché è il tempo che serve per costruire una curva emotiva, e non più di un'ora, perché smettere quando sei senza controllo è più difficile, perché la tua mente si stanca e non si accorge di essere stanca. Un'ora è quella che mi sono presa ieri per fare un giro tra i Pollock e i Picasso, tra un Dalì e un De Chirico, al terzo piano della Tate Modern. Un piano alla volta, ho deciso. Un'ora alla volta. Voglio assorbire tutto.

23 maggio 2007

Incredibili Artworks di Yaga Kielb

Cliccate sull'immagine e scoprite la bravura di questo artista!

16 maggio 2007

Galleria di immagini





09 maggio 2007

Divertirsi con le Nuvole







12 aprile 2007

Sito ufficiale di Alex Ross


Il sito ufficiale di Alex Ross, un grandissimo artista noto per l'estremo realismo dei suoi disegni.
Cliccate sull'immagine ed entrate nel mondo dei Supereroi!

03 aprile 2007

Sam Weber's Artworks


Fantastico sito di illustrazione dell'artista Sam Weber.
Click On The Image and Fly Away!

Graffiti From Ukraina


Graffiti Ucraini. Un sito ricco di foto e immagini bellissime!

Cliccate l'immagine e gustatevi momenti di Arte urbana!

19 marzo 2007

Social drawing

Stamattina apro AF di Repubblica. Leggo il piccolo articolo di Paola Fontana (e mi scuso per non avere link diretti, ho colpevolmente sfogliato il cartaceo...), pochi paragrafi sull'One Million Masterpiece, apro internet e mi ci fiondo. Scopro così che internet può offrire il suo ennesimo piccolo (grande) contributo al mondo dell'arte. Lo scopo di questo "social drawing" è di riunire i lavori di un milione di gente comune (come me e come te, per intenderci) e di creare la più grande collaborazione artistica di tutti i tempi. Una collaborazione "where everyone is equal, where all outcomes are valid".

Fantastico, mi dico. E cosa si deve fare? Disegnare una piccola immagine (qualunque) usando il loro software, cambiarla quando si vuole, ricevere commenti e commentare le altre immagini.
Per partecipare al progetto occorre però fare una piccola donazione.

Ecco dove sta il trucco! direte voi. E invece aggiungo: il progetto è no-profit, quando effettuate la donazione siete voi a scegliere che fine faranno i vostri soldi. Potete scegliere di dare due soldini a Save the childre, Oxfam, ActionAid, World Cancer Research Fund o WWF.

Quasi quasi stasera mi metto lì con il mio pc e inizio a scarabocchiare.

17 marzo 2007

Sistema Scheletrico...



Ecco uno studio anatomico dello scheletro di 22 personaggi di fumetti e cartoni animati.

13 marzo 2007

Subaru Impreza wire frame sculpture


Ecco un'inedita scultura di una Subaru Impreza.
Ovviamente per ulteriori dettagli cliccate sull'immagine!