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29 giugno 2013

Riflessione di fine anno, anche se siamo (quasi) a luglio

L'ultimo post è datato 15 marzo 2011, brrr.

Per questo ho deciso di farne uno tutto nuovo, anche se siamo (quasi) a luglio, anche se sto fuori con la felpa anziché essere, come tutti si augurerebbero, sulla spiaggia a prendere l'ultimo sole. Ok, non se lo augurerebbero tutti, ma il vizio del plurale maiestatis non l'ho mai perso, che ci vuoi fare.

Perché sto riprendendo a scrivere? Non lo so, forse perché il cielo è troppo bello per non farlo, forse perché i Dire Straits ispirano, forse perché non ho trovato la decolleté che ti fa dire: è lei. No dai, è la birra dell'aperitivo.

Ma ci sono delle parole che vengono fuori da sole, i tasti seguono docili i pensieri, il senso di quiete che deriva da dieci ore di sonno ti mette in pace con il mondo. Quindi si può scrivere, e quindi si scrive.

C'è un che di malinconico nello scrivere, ma anche un po' di saggio, o forse è la saggezza che tutti vorremmo avere rileggendo qualcosa che abbiamo scritto, qualcosa che sentivamo. Io scrivo per vezzo, scrivo per l'estetica della parola, scrivo per il gusto di scrivere, forse è per quello che non scrivevo da un po', perché avevo perso il gusto di fare le cose per se stesse. Non tutte, ma alcune sì, risucchiate dal frullatore della vita comune, di quella che ti giochi tutti i giorni perché credi di poter creare qualcosa di grande e di diverso, e invece ti giri indietro e hai vissuto la vita quotidiana di tutti quelli a cui pensi con disgusto, dicendoti: io non vivrò mai così, perché io sono diversa.

E passa un anno, e passano due anni. E tu sei presa tra una scadenza, un pagamento delle tasse (arriverò mai a fine mese?) e una lavatrice. E una fottuta vacanza che eh sì, se l'avessi prenotata un mese fa. E le scarpe che non si trovano. E il progetto che va a singhiozzo. E i team, le confcall (papà: sono le telefonate, ma noi le chiamiamo così), i pranzi al bar chepperò questo panino microscopico mi costa un rene. E la palestra che hai pagato e che poi non ci vai mai, perché non hai tempo, dici tu. E la stramaledetta prova costume, che quest'anno sai che non supererai, te lo dice in un orecchio la crocchetta che hai mangiato ieri sera all'aperitivo (questa poi è una cosa che mi sono sempre chiesta: ma se non superi la prova costume che succede? Ti rimandano a settembre? Ti penalizzano per l'anno successivo? "No guardi, non ero preparata per questa domanda, possiamo cambiare domanda mentre mi infilo la tuta da sci?". Non lo so, è che se succede vorrei essere preparata per trattare.)

E' che serve talmente tanto tempo per essere concentrati su tutto che poi viene a mancare il tempo per concentrarsi su se stessi. No, non è la ceretta, non è la lampada perché-sai-quando-vado-al-mare-non-voglio-mozzarellare. Ah ah ah, mozzarellare. No dico, quel tempo in cui prendi, smonti e rifai. Quella concentrazione che ti fa astrarre, ma per un tempo, mica per il tempo di un parrucchiere. Io pensavo di essere brava, invece non ci riesco. Dovrei farlo (disse quella che non va in palestra da due mesi). Dovrei fare tante cose. Inutile che mi guardi con disapprovazione, lo diciamo tutti, io mi sto solo giustificando tramite coscienza collettiva. Anche tu doveresti farlo. (e così sposto la conversazione sull'interlocutore, solleticando il tuo senso di colpa, così finalmente mi lascerai in pace. Ho pur sempre studiato comunicazione.)

Non manca lo spazio e non manca il tempo. Manca solo qualcos'altro, qualcosa che se lo sapessi pubblicherei un bestseller e mi ritirerei a vita privata alle isole Fiji (mamma, le isole Fiji sono qui, dicono che sia un posto molto bello e che non ci siano le zanzare, anche tu apprezzeresti). O forse manca solo il saper riconoscere le cose di valore nella vita comune, quella che dici "non farò mai", quella che in fondo stai vivendo tutti i giorni, quella che è in grado di darti le risorse giuste, gli spunti giusti. Boh, io ci sto provando.

03 marzo 2011

Aria di qualcosa

E' che la sostituzione quantità per qualità non è mai così automatica. E' anche che lo spaziotempo dedicato ai pensieri c'è e non c'è. Sarà anche un po' perché ho capito qual è il motto della mia vita ("puoi non provarci, e non rimarrai mai deluso. ma se non provi, non avrai mai una sola possibilità di vittoria"). Ma, insomma, eppur si muove. Sarò presto a Pesaro. E da domani inizio con la palestra e Vincenzo non sa ancora cosa lo aspetta, la cliente più difficile della sua vita. Sono con te, sappi che sono con te col cuore e con la mente.

05 gennaio 2011

Diciannove luglio duemilaequalcosa

Una barca, una veleggiata notturna, una vita intera che come la prua di una nave guarda l'oceano un po' più in là e decide di virare da un lato.

Sono qui e mi guardo intorno, guardo le cose, guardo me. Sono in uno di quei posti dove il blu è color pastello e il verde gli fa il verso, dove il cielo è dipinto a campitura piatta e le nuvole sono soffiate fuori con la bomboletta a mo' di vezzo. Sono qui sotto un sole limpido e violento, in un posto dove ieri sera mi serviva la giacca. In un posto dove una giornata intera di vento -e indiscutibilmente qualche ora di sonno in più- cambia le prospettive, tutte.

In questo posto speciale ci si sdraia su un balcone, ci si prende a cuscinate, si canta a squarciagola senza la paura di spaventare i vicini e si guarda fuori dalla finestra con un sorriso talmente ebete che sembra fatto apposta. In questo posto si fa quel che si vuole, compreso far colazione all'una con il gelato e ascoltare l'ipod senza preoccuparsi che qualcuno di fuori stia parlando. In questo posto si suda e dopo un po' fa freddo, si prende il sole nudi e si sta all'ombra senza una regola. In questo posto ci sono tanti gatti, e una televisione che sembra di essere al cinema. E c'è la partita e la birra ghiacciata e i cibi surgelati e le ciambelle fresche. E tante creme diverse per fare le coccole alla pelle. E oltretutto in questo posto si ride sempre, così, senza una regola e senza un motivo.

Questo posto ha tra tutte una caratteristica speciale. Quando sei qui hai lo spazio per pensare. Lo spazio fisico, visivo, mentale. Si pensa, senza preoccuparsi dell'orologio, si pensano cose diverse a seconda del momento della giornata, a seconda della musica che c'è intorno. Credo che questo posto sia adatto per pensare perché si respira. E più di ogni altra cosa si pensa in quel modo libero e senza confini che ti permette di capire e di riordinare le idee, in quel modo speciale che non ha vincoli di spazio o di concetto. Qui ci si riordina la vita, si fa sempre punto e a capo, qualsiasi cosa sia successa prima, qualsiasi cosa succederà dopo. Qui ci si ferma un attimo, e tutto intorno si calma. E ciò che rimane sono le cose davvero importanti. Io qui penso alle cose importanti e solo per pochi istanti ho l'impressione di saperle anche riconoscere.

20 febbraio 2010

Riflessioni di fine anno, anche se siamo a febbraio

Ci sono dei giorni in cui l'aria è più piacevole degli altri giorni, in cui il cielo è sempre più blu, in cui tutto ciò che ti sta intorno passa in secondo piano.

Caro amico che mi leggi, la Feba sta crescendo, è diventata un po' più consapevole di ieri, un po' più cinica, un po' più comprensiva, un po' più disponibile, un po' più vivace, un po' più umorale, un po' più donna, un po' più serena, un po' più nervosa ma anche un po' più rilassata. Sta affinato l'occhio clinico, ma sta diventata un po' più chiara, sta imparando a dire no, ma anche a dire sì, senza dubbio.

Sto osservando questo processo di crescita con l'interesse con cui un botanico seguirebbe i cambiamenti del seme che ha piantato, lo sguardo vivace, un po' preoccupato forse, ma di sicuro con un certo orgoglio.

Nell'ultimo anno sono successe molte cose tutte assieme, certe volte non ho saputo bene come gestirle, ma ho imparato anche a chiedere aiuto quando mi accorgo di non farcela da sola. Certe altre volte mi arrabbio, anche, di non poterle fare da sola, ma così vanno le cose e non ci si può fare molto, se non accumulare esperienza.

Nell'ultimo anno ho avuto persone vicine che mi hanno indicato la direzione, qualche volta le ho ascoltate, qualche volta ho fatto di testa mia, qualche altra volta sono andata addirittura completamente controcorrente, cercando di sfondare a spallate le convenzioni. Certo, non è andata sempre bene, ma mi ritrovo, di nuovo, con un bagaglio in più di esperienza.

Un anno fa la mia vita era molto diversa. Nel giro di pochi mesi ho trovato un altro angolo di mondo accogliente, in cui sistemarmi un attimo, respirare, guardare, imparare. Quello che ho ora è un capitale inestimabile di valori, persone, situazioni affrontate che mi hanno fatto fermare un momento a pensare a quello che ho, perché ogni tanto occorre farlo, altrimenti si procede senza sapere bene su che risorse si può contare.

Con questo cosa volevo dirti, caro amico che segui la mia vita digitale con un misto di interesse, attesa, sospetto, rispetto, pupetto e zolletto, volevo dirti che stai osservando un work in progress, un costruire, un divenire, un rifiorire, un po' partire e un po' morire. Quando cambia qualcosa ti avverto, se non cambia niente a posto così, te sai che la Feba sta bene, perché uno che comincia a scrivere che l'aria a milano è piacevole, beh, o non sa dov'è milano, oppure. No, non possiamo far cambio. Stammi bene.

11 dicembre 2009

Caro Babbo Natale

Dicevo: tra un po' bisognerà fare la letterina a Babbo Natale. Poi ho trovato questa, e ho detto: magari quest'anno mando una mail a Gesù Bambino.

Caro Babbo Natale,

quand'ero piccolo il mio amico Scaro Guido aveva un trattore bellissimo, io ti ho chiesto un trattore e la mattina di Natale me ne hai fatto trovare uno enorme in camera, sì, ma c'era sopra il vicino di casa e aveva sfondato il muro della casa.

L'anno dopo ti ho chiesto diventare meno pigro e il giorno dopo mi è caduto l'albero del marciapiede sopra il motorino.

Poi sono diventato più grande e mi sono innamorato di Agri Laura, allora ti ho chiesto di farmela cadere tra le braccia. La sera di Capodanno lei è inciampata, mi è caduta addosso e con una testata mi ha distrutto la cartilagine del naso. Ancora adesso faccio fatica a respirare.

Caro Babbo Natale, quest'anno, qualsiasi stronzata mi venga in mente di chiederti, ti prego tu fatti i cazzi tuoi.

18 settembre 2009

guarda che luna, guarda che prato

- amore, guarda che notte stellata e che luna... erano anni che desideravo avere di fianco una persona come te!


- guarda che non è la luna, è un faro. E quelle non sono le stelle, è un telone scuro, riflette la luce intorno.

- ma che importa? siamo io e te, in questo giardino in riva al mare....

- l'erba è sintetica e quello è un bacino artificiale.

- amore mio, quello che conta è sentire le cicale e respirare quest'aria frizzante insieme...

- quelle che senti non sono cicale, è un nastro registrato. Che l'aria sia frizzante, ci mancherebbe: c'è l'aria condizionata.

- insomma, amore mio, intorno a noi sia quel che sia, ciò che importa davvero è il nostro amore

- il nostro amore non è altro che un'operazione commerciale ideata dal reparto interno per lanciare una nuova marca di tonno.

-ah

26 maggio 2009

Notizie dal fronte

Ciao eh. Sono a Milano. Già da un po', in effetti. Tutto bene, e tu? A casa, tutto a posto?

La mia vita va bene, a volte prendo la vita degli altri e la shakero un po' con la mia e poi, vedremo poi. Comunque alla grande, zio*, qui a Milano è una figata, ci sono gli amici e c'è anche un sacco di roba da fare. Non che abbia tempo per farla, per ora, ma che c'entra, l'importante è che ci sia, vedi mai che mi avanza un quarto d'ora o giù di lì.

Oh, sai zio, prima di trovare una stanza nuova (e piuttosto vuota) ce n'è voluto un po' (di tempo), ma sai cosa, ci ho avuto degli amici (e che amici, micacazzi) che mi hanno fatto stare un po' da loro, un po' qui, un po' , un po' dall'altra parte. Poi ho trovato la casa, ora ci sono, nella casa, ho anche un letto tutto mio, un po' singolo, un po' piccolo, ma fa niente, l'importante è che ce l'ho.

Ho anche una vasca. Chissà come la prenderebbe LEI. Si lamenterebbe, questo è sicuro.

Ah sai, poi c'era anche quella cosa che mi serviva per il periodo di assestamento, supporto, mi pare che si chiami, oh zio, ne ho avuto parecchio dagli amici, il mio utopico potenziale analista non saprebbe più come pagare il mutuo della sua casa ai caraibi, ma tant'è, zio, ho degli amici fatti così, se li chiamo ci sono, non è mica colpa mia se mandano in rovina gli analisti.

Comunque, zio, ora vado, comunque bella. Ci sentiamo. Stai bene.

*zio: s m ['bɛlla 'dzio] nome comune designante membro della fratellanza di quelli veramente fighi

11 febbraio 2009

Quando il fisico si riposa anche il cervello va in tilt

Oggi ho corso (applausi) (ssshh). Per stabilire se la mia relazione con la corsa può avere un futuro ho deciso di fare il classico schema dei pro e contro.

contro - ho corso solo 15 minuti
pro - ho corso!
pro - pioveva e stava facendo buio
contro - avevo l'outfit nuovo da provare
pro - dopo aver corso mi parte il voglino di fare due addominali
contro - ho fatto solo quattro minuti
pro - ci metto solo un mese di attività costante perché l'addominale si veda
contro - ci metto un mese di attività costante perché l'addomninale si veda
pro - dopo gli addominali sei lì sdraiata a terra, che fai, un paio di flessioni non le vogliamo fare?
contro - ho dovuto usare gli esercizi semplificati
pro - e dopo due flessioni, mentre sei lì che ti riprendi, due esercizi per i glutei vuoi che non ci stiano?
contro - prendere consapevolezza di quanto il fisico non regga la buona volontà
pro - ho cominciato, via

7 a 6. Bene, da domani si riparte.

(odio mettere in atto i buoni propositi per l'anno nuovo)

05 febbraio 2009

Art&crafts/Esclusivo: Francesca intervista Feba

Nella foto: a sinistra, Feba. A destra, Francesca

Perle rosa, bianche, brillantini, pinze, pietre dure. Entrare nello studio di creazione di Feba è un po' come entrare nella grotta delle meraviglie. Ha fatto scalpore la sua recente entrata nel mondo dell'art&crafts, quando si è presentata come ideatrice di gioielli di perle esclusivi, elogio della semplicità e della femminilità. Tra le sue attività, ricordiamo le immagini delle collezioni viste attraverso l'occhio della Nikon, le preview delle collezioni e il negozio su Etsy. Feba ci accoglie con un sorriso, un filo d'argento in una mano, alcuni pezzi di acquamarina nell'altra.

Francesca: Feba, nessuno sapeva della tua passione (la creazione di gioielli a mano, ndr). Da dove viene? E quando hai cominciato?
Feba: Il fermento artistico c'è sempre stato, negli anni ha cercato di esprimersi in diversi modi, dagli strumenti musicali, all'arte, ai lavori manuali... Diciamo che questa non è altro che una nuova tappa... A Natale non riuscivo a trovare la collana che cercavo, ho pensato: se so esattamente cosa voglio, perché non farlo? Ne ho fatta una, ne ho fatta una seconda... ed eccoci qui.

F: Prima Friendfeed, poi Etsy... come sei passata dalla conversazione al negozio?
F: Mi piaceva l'idea di proporre prima i miei gioielli alle persone che mi conoscono, in un luogo dove potessero commentare, dare la loro opinione e darmi qualche prezioso consiglio per continuare. In cambio, io propongo i miei pezzi con un anticipo di qualche giorno rispetto alla pubblicazione su Etsy. Finora sono stata molto soddisfatta, spero di poter continuare a lungo!

F: Nell'ambiente si dice che tu voglia creare solo pezzi unici. E' vero? E non hai paura di finire le idee?
F: Tutti quelli che hanno un'idea hanno paura di non potersi rinnovare. L'ispirazione può venire da qualsiasi parte, basta tenere gli occhi aperti. E se le idee finiscono, significa che è il momento di fare altro. Ma fino a quel giorno, solo pezzi unici. Quello che mi interessa è sperimentare, non produrre in serie. Ho deciso di scegliere e sperimentare i materiali, di fare le cose con accuratezza e di coccolare chi sceglie i miei pezzi.

F: Perché questa predilezione per le collezioni complete?
F: Perché ho sempre portato poche cose, ma coordinate. Ho sempre odiato il fatto di dovermene andare in giro a volte per anni per trovare l'abbinamento giusto. Una volta comprai una collana meravigliosa, ma molto pretenziosa, a Mantova. Ci vollero due anni, e un viaggio a Parigi, per trovare orecchini che potessero accompagnarla. Ecco, con le mie piccole collezioni vorrei evitare alle donne questo genere di peregrinazioni.

F: Come sei arrivata a un tuo stile personale?
F: Nell'abbinare i materiali, ho una sola regola. Faccio solo pezzi che io stessa indosserei. Posso arrivare a fare qualcosa su commissione, ma lo stile rimane comunque semplice, pulito, mai eccessivo. So che tutto questo non è molto marketing oriented, ma diciamoci la verità: chi se ne frega? (ride)

F: Credi che continuerai anche in futuro?
F: Ci sono alcune cose in cantiere, la tesi, un'attività in zona (Londra, ndr), insomma, ancora non so di preciso quanto tempo libero mi rimarrà durante l'anno ma mi piacerebbe imparare tecniche nuove, per riuscire a variare il lavoro il più possibile. E poi tra qualche anno chissà, magari ci ritroveremo tutti all'inaugurazione del mio primo negozio con wi-fi...

Intervista: Francesca. Foto: Francesca. Abiti: Random. Trucco: Nature.

22 gennaio 2009

Hai mai camminato dentro un'opera di fantasia?

Entrare allo Shunt richiede la sospensione dell'incredulità.

Una volta mi sono trovata a camminare come Gulliver in una città fatta di casine e palazzi che mi arrivavano al ginocchio. Un'altra volta ho visto gente improvvisare un concerto in una mansarda. Una terza volta sono entrata in un intricato roseto. Ieri sera, per dire, ho visto la Madonna, con tanto di aureola celeste e cuore rosso illuminato.

E no, non mi faccio di acidi, anche se potrei raccontare di aver visto un carillon grande come una stanza fatto suonare da vecchie singer. Oppure di aver guardato su un muro un racconto di Edgar Allan Poe. Figurine di cartoncino che si rincorrono davanti a una luce fissa. Veder scendere dal soffitto due trapeziste o passare in una stanza con quadri fotografici o attraversare una sala con due mega hula hop illuminati da luce blu o rossa con dentro figure umane che si contorcono ormai è la cosa più normale che abbia fatto.

Sarà perché entri direttamente dalla metro. Sarà perché devi attraversare cripte buie, e nicchie, e gente che sussurra, e stanze con vecchi sedili di vecchi cinema e un telone pronto a illuminarsi prima di arrivare a una specie di salone principale. O forse sarà perché così immerso nel buio a un certo punto puoi sentire un pianoforte che suona in lontananza, e forse è suggestione, o forse è solo qualcuno che si è messo a improvvisare a uno dei vecchi pianoforti a coda disseminati tra le sale. Fattostà che se decidi di entrare allo Shunt devi mettere in conto la sospensione dell'incredulità. Davvero.

19 gennaio 2009

New year's resolutions/3: zenicizzamento

Ho iniziato a fumare alla fine del primo anno di università. Il che significa che, superate le pericolose tentazioni dell'adolescenza, non è mai troppo tardi per fare una cazzata. I primi anni ho mantenuto un livello più che accettabile, sotto stress da esame arrivavo a fumare ben 2 sigarette al giorno, con la palestra era impossibile iniettare più nicotina nell'organismo senza rischiare che le mie allieve finissero una lezione e io no. Poi le ore settimanali in palestra sono diminuite, così come le sigarette rimanenti nel pacchetto a fine giornata.

In una fase particolarmente rigida per la mia psiche (e le sigarette a un terzo del costo) la situazione è precipitata. Al rientro in Italia, fumavo praticamente un pacchetto e mezzo di sigarette al giorno. La media è in seguito scesa nei mesi, assestandosi sulle poco meno di venti, altalenando periodi di disinteresse a periodi di "no no no così non va".

Ciò che rende più difficile (o più facile?) il mio rapporto col tabacco è che a me fumare piace, odio l'odore di fumo che impregna i vestiti e le dita, ma mi piace il sapore delle mie sigarette. Una contraddizione inestricabile. La sigaretta è stato il letimotiv che ha collegato vite diverse in contesti diversi.

Sono a Londra da dieci giorni. Qui le sigarette viaggiano sui sei pound a pacchetto e io non ho ancora un lavoro. Questo lo sapevo prima di partire. Ho deciso che il mio arrivo avrebbe coinciso con l'eliminazione del superfluo, per quanto possibile, dunque pochi vestiti, pochi libri, pochi oggetti personali. Poche sigarette.

Disabituo lentamente il mio fisico alla necessità di nicotina, non elimino il vizio, ma quello che non ha senso. Venerdì scorso ho fissato un obiettivo: una media di cinque sigarette al giorno. Qualche volta sono arrivata a quattro, o a tre. Una volta a sette, ma non ho più intenzione di farlo. L'obiettivo principale non è tanto (per ora) smettere di fumare, ma eliminare pian piano le cose fatte per abitudine e dare più significato ai gesti. E parto da quello fin troppo familiare di sfregare il pollice su una ghiera di metallo.

18 gennaio 2009

New year's resolutions/2: mens sana in corpore sano

Ce l'ha con la mia coda di paglia, lo so. Tra una settimana cominceranno gli ads di Google. Quando tra due settimane la schermata iniziale del mio pc si tramuterà in: LO VUOI MUOVERE QUELL'ENORME CUXXNE SI O NOOO? capirò che davvero non posso più aspettare.

(clicca sull'immagine per leggere cosa mi sta intimando quel cartellone)

13 gennaio 2009

Quanto vale una parola?

Recupero feed arretrati. Nel giro di dieci minuti leggo un post prenatalizio di Luisa Carrada e uno di Folletto. Post piuttosto diversi, il primo è legato al lavoro, il secondo raccoglie citazioni, ma entrambi suggeriscono quanto sia impegnativo lavorare con le parole. Sorrido, e dico grazie.

New year's resolutions/1: imparare a usare il microonde

Anno nuovo, vita nuova. Di' la verità, quante volte ci hai pensato, tra buoni propositi e cambiamenti effettivi? Io ho dovuto giocoforza fare delle scelte, d'altra parte se tendi a rimandare le decisioni e le decisioni scelgono te, non puoi che apprezzare e cercare di dimostrare al fato che puntando il dito verso di te ha fatto la scelta più saggia.

Così eccomi qui, cercando di controllare l'umore a dispetto di un tempo atmosferico che fa delle mie giornate degli altalenanti alti e bassi. Altra fase ingurgitante della mia vita, piena di cose rimandate, notizie non lette, cibi non mangiati e nuove abitudini da far accettare all'organismo.

Per prima cosa, ho deciso che quello strano aggeggio che c'è in cucina e che cuoce in poco tempo non può essere usato solo per scaldare l'acqua e scongelare. Diamine, con la metà di quello che l'hai pagato ti ci usciva un bollitore coi contropacchi, quindi è giusto che l'attrezzo ti consenta perlomeno di recuperare l'investimento. Primo buon proposito per l'anno nuovo, dunque, imparare a usare il microonde.

A questo punto, posso condividere con te il primo risultato. Un risultato per cui bastano dieci minuti (e se tra le tue new year's resolutions esiste un proposito di svegliarti dieci minuti prima la mattina, sei a metà dell'opera), un uovo, un po' di burro, un po' di zucchero e un po' di farina. Ah, e un microonde, ovviamente. Ho sperimentato per te, e oggi ti propongo di fare da te i tuoi biscotti per la colazione.

Fai così: svegliati un quarto d'ora prima, vai in cucina con occhio cisposo, metti 75 grammi di burro in un pentolino e accendi il fuoco bassissimo. Ora prendi una ciotola, mettici dentro 150 grammi di farina, 75 grammi di zucchero e un uovo. Mescola, togli dal fuoco il burro che ormai si sarà sciolto, mettici anche quello e impasta per bene, prima col cucchiaio e poi con le tue manine. Ci metterai tra i 5 e i 10 minuti, a seconda di quanto sei sveglio appena metti giù i piedi dal letto. Ora fai del tuo impasto palline grandi come noci, schiacciale tra i palmi, metti quello che ne risulta su un piatto piano infarinato e metti il piatto in microonde, a potenza media, per 5 minuti.

Mentre aspetti i tuoi primi biscotti hai il tempo per prepararti il caffè, o se ti senti più british, il tè. Quando il tuo microonde si spegne da solo, togli i biscotti dal piatto e lasciali asciugare un attimo, ovvero, il tempo per metterti qualcosa addosso e domare la zazzera che hai in testa. Secondo i miei calcoli, dovrebbe esserti uscito impasto sufficiente per una seconda infornata, che fortunosamente incastrerai a tetris in questo preciso istante, così hai anche il tempo di infilare il tuo pc e l'alimentatore nella borsa (oppure mettila in frigo, e spera che quando torni sia ancora utilizzabile. Fallo a tuo rischio e pericolo, che io non ho mica provato). A questo punto sei pronto per la tua colazione. Sarai senz'altro in ritardo, quindi ti consiglio di mangiare i biscotti in piedi, mentre ti infili il cappotto. Per il caffè, o il tè, una lunga sorsata e via. Ricordati le chiavi di casa (eventualmente quelle della macchina) e copriti bene, che fuori fa freddo.

Se non ti senti pronto per sperimentare il tutto a occhi ancora chiusi, sii maratoneta dentro: inizia ad allenarti prima.

18 dicembre 2008

C'è la crisi, in giro

Oggi pomeriggio sono stata in un centro commerciale, ma un centro commerciale gigante, uno di quelli che se non ti ricordi dove metti la macchina puoi tranquillamente entrare al primo concessionario e ordinarne una nuova, che tanto le possibilità di ritrovarla per caso sono più basse di quelle per vincere alla lotteria senza comprare il biglietto.

Insomma, ero in questo centro commerciale e mi sono messa a girovagare a caso. Primo errore: non si gira mai a caso in un posto che contiene tre chilometri (davvero) di negozi senza una mappa. Io stavo per morire di fame mentre tentavo di ricordare dove avevo visto un bar ore prima, e per fortuna che non dovevo trovare urgentemente una toilette.

Comunque, ero in questo centro commerciale, dicevo, e a un certo punto, tra una curva, un cunicolo e una scala mobile, ho avuto la sensazione di essere una di quelle formiche che mettono in una scatola di cartone col labirinto per farle trovare una goccia di miele, quelle che usano per fare gli esperimenti scientifici. Avrei anche voluto comprare una maglietta, ma non sono più riuscita a trovare il negozio in cui l'avevo vista. No, davvero. Immaginavo quelli della sicurezza che mi guardavano dai monitor delle telecamere, a darsi di gomito e a scommettere centinaia di franchi su "ce la fa, no non ce la fa" al casinò del piano zero. Sì, c'è un casinò al piano zero, e probabilmente anche altre cose di cui preferisco rimanere all'oscuro.

Però mi sono tolta la soddisfazione di entrare con le scarpe da tennis in un negozio di Gucci. Si vede che c'è crisi, perché il commesso mi ha fatto un gran sorriso e mi ha detto che se avevo bisogno di qualcosa non dovevo che dirglielo. No, dico, in un anno qualunque mi avrebbero chiesto la visa platinum per guardare la vetrina. E comunque, dopo aver fatto due metri e aver capito cosa indossa la gente che conta, ho anche deciso che se non volevo ridere in faccia a qualcuno dovevo girare i tacchi e correre fuori. E non per cercare il bar. No, vabè, comunque le giacche in pelle umana avevano il loro perché.

Io ho capito che c'è la crisi anche perché in un altro negozio ho provato un paio di scarpe e non avevano il mio numero. La commessa è scoppiata in lacrime, ho tentato di consolarla spiegandole che prima o poi da quell'ingresso sarebbe entrato uno che lavora al Mac Donald's e, innamoratosi perdutamente di lei, le avrebbe regalato un buono per il Mac Chicken menù. Quando sono uscita sembrava sollevata.

Comunque, che ci sia crisi, è palese. L'altro giorno ero in un'enoteca, è entrata una, ha posato la busta di Hermès sul banco e ha chiesto uno champagne. Quando la commessa le ha detto che erano 298 franchi, lei ha chiesto se c'era lo sconto. No, davvero.

Stare a Lugano si capiscono, queste cose. Chissà com'è la situazione nella prossima città in cui mi trasferisco il mese prossimo.

Parcheggiare a Lugano

A Lugano, se tenti di parcheggiare la macchina dentro il tuo garage, ti puoi trovare in tre situazioni diverse:

  • sei in divieto
  • sei in divieto, e dentro il tuo garage c'è l'ausiliario della polizia con la contravvenzione in mano già pronta
  • quando vai a riprenderla il mattino dopo, un tizio ti chiede il ticket spiegandoti che il parcheggio era a pagamento
Qualunque situazione non descritta sopra, sarà a breve regolamentata.

Questo per dire, se hai un'autovettura a Lugano, sei spacciato. Usa i mezzi pubblici, sempre (che fanno bene all'ambiente e al portafoglio).

(campagna personale a favore dell'utilizzo dei mezzi pubblici e della salvaguardia dello stipendio)

30 novembre 2008

Una vasca alla riunione di condom... del bagno

Ciao a tutti, si può? No perché quella là mi sta facendo fare delle cose che... mah, lasciamo perdere che sennò poi divento proprio nervosa. No scusa, magari ti ricordi, ma te lo dico lo stesso, sono la Nella, la vasca da bagno della Feba. No perché l'altro giorno c'è stata una riunione qui, una riunione di condom... del bagno, più che altro, che la gente che sta qui sta tutta nel bagno, quindi la chiamiamo la riunione del bagno che ci viene più pratico e non ci confondiamo.

Comunque io l'ho detto, che non si può andare avanti così e che l'avrei scritto sull'internet, perché tutti devono sapere, DEVONO sapere. Allora, quella si è messa in testa di asciugare le cose in casa, i vestiti, quelli là, e non puoi capire cos'è successo. Dice che le cose sgocciolano e non le può mica lasciare in casa, dice lei. Allora è arrivata con un coso, un affare che sembra uno stendino e me l'ha messo sul bordo con due ganci rossi. Ci mette su roba, lascia lì a sgocciolare, non mi saluta neanche e si permette di lasciarmi lì la sua roba a sgocciolare. Poi quando lava quella maglia là, quella nera, mi vengono tutte le macchie nere e io mi sento male, voglio dire, ma come si fa a trattarmi così? Io lì che la aspetto con i sassolini che si sciolgono e lei mi fa venire le macchie nere! Che roba. Lo fa apposta, lo so, perché è una scriteriata. Poi sta lì a pulire, con quel coso pieno di schiuma che mi fa starnutire, lo sa che sono allergica a quelle cose lì ma lo fa lo stesso, lo fa apposta per farmi venire il nervoso.

Che io poi non è che posso stare zitta, ah no, io l'ho detto alla riunione del bagno. Io non è che sto qui a lamentarmi sempre, è solo che certe cose vanno dette, perché è rispetto, questa non ha rispetto per nessuno. Poi alla riunione del bagno c'erano anche altri, ma qui c'è pieno di giovani che fanno casino, che non si capisce mica niente quando parlano. C'è una giovane, che fa finta di essere una rana, una rana, che roba, che sta lì nel bagno appesa e fa sempre tanto casino quando è ora di parlare di bagnischiuma. Ma io lo so che non è una rana vera, a me non me la racconta mica, lo fa per mettersi in mostra. Questi giovani. Poi c'è quello là, che parla tutto difficile, lo fa apposta perché secondo me si dà un tono, ma io lo so che è tutto fumo e niente arrosto. Quello là fa finta di avere una gran cultura, fa il signorone, poi parla sempre del lavoro come se qui noi non stessimo a fare niente tutto il giorno. Qualcuno gli dovrebbe dare una regolata a questa gente del bagno, che non è che è brutta gente, ma è gente che si deve dare un contegno, perché si deve portare rispetto a chi è venuto prima.

Comunque, io a quella là gli farò un discorso, che la sua roba se se la vuole sgocciolare, la sgocciola da un'altra parte, mica dove sono io. Che non è che in questa casa posso fare sempre tutto io.

25 novembre 2008

Cose che ho imparato nel fare la polenta

1. capisci l'importanza di avere due mani
2. una scottatura diventa un fattore irrilevante
3. capisci che esistono due tipi di odio di intensità diversa. Nello specifico, uno relativo al momento d'acquisto, uno più forte e pervasivo per il momento di messa all'opera
4. conosci esattamente il numero delle macchie nella tua cucina
5. impari a mescolare due cose a velocità differente
6. capisci la drammaticità di un grumo
7. impari a imprecare in lingue diverse dalla tua, e che nemmeno conoscevi
8. capisci che parlare da sola non è poi un così preoccupante passatempo
9. ritieni fondamentale valutare la vita, l'universo e tutto quanto
10. scrivi post che nessuno potrà capire

Disclaimer: no, non era quella istantanea. Sì, è quella originale, che va tenuta sul fuoco per almeno un'ora e che va mescolata in continuazione. In continuazione.

15 settembre 2008

Cracker (non quelli di internet, quelli che si mangiano)

A casa dei miei genitori, il pane non e' mai andato molto di moda. La quantita' standard era la coppia e due panini, ma la quantita' di pane fresco e' difficile da azzeccare, sempre tre persone, sempre la stessa quantita', un giorno rimaneva tutto e il giorno dopo finiva alle 11 del mattino. Ma non con questa frequenza e regolarita', perche' tu lettore pignolo dirai, bastava non comprare il pane il giorno in cui non sarebbe andato mangiato! E bravo furbo, io non mi sono regolata una vita e tu mi vieni a fare le pulci ora. Bah.

Comunque, si diceva, chiaro che a un certo punto per evitare troppi sprechi, il pane c'era qualche volta si' e qualche altra no. Le nostre improvvisazioni culinarie spesso non tenevano conto di questa variabile, quindi capitava di dover mangiare qualcosa che richiedeva la scarpetta in assenza della materia prima da scarpetta. Per questa ragione, suppongo, in casa mia poteva mancare qualunque cosa, ma non i cracker.

I cracker sono dunque sempre stati una presenza piuttosto rassicurante in casa mia. In qualunque momento dell'anno, aprivi il mobile e questi se ne stavano sempre la', tutti riuniti nel cestino di vimini, oppure erano sparsi come fiches da gioco sul tavolo, infilati nelle cartelle delle elementari e nelle borse della mamma quando si andava in giro per superare i miei copiosi cali glicemici (da piccola avevo l'acetone, il mio corpo non reggeva gli zuccheri, chiaro che il calo glicemico era il nemico piu' temuto, altro che fobie da eritemi solari). Una volta infilati in un qualsivoglia tipo di borsa, nel giro di pochi minuti il pacchetto si piegava e si schiacciava. La risultante era un sacchetto trasparente pieno di becchime per gli uccelli, periodicamente si svuotavano le borse e si riempiva il sacchetto della monnezza.

La reazione successiva e' prevedibile.

A dieci anni avevo gia' i cracker in odio. A dodici anni credo di aver smesso di mangiarli del tutto. A diciannove anni, quando ho iniziato a vivere da sola, non mi e' mai neanche sfiorata l'idea di comprare autonomamente un multipack di quelle sfogliette schifose e il sogno piu' frequente era che tutti i produttori fallissero contemporaneamente vaporizzandosi in una nube di bolle colorate, cosa che mi faceva svegliare serena e terribilmente in pace col mondo.

La settimana scorsa ero al supermercato, cercavo uno spezzafame per l'ufficio. Sono passata davanti alle confezioni di pane secco. A un certo punto, ho avuto l'impressione di essere osservata. Ed era vero, un pacco di cracker salati del mulino bianco mi osservava. Cioe', no, forse non mi osservava, ma avevo quell'impressione. Insomma, per farla breve, li ho comprati.

Oggi ero al supermercato, ho comprato un altro pacco di cracker da lasciare in ufficio. Li ho distrattamente dimenticati nella borsa e quando sono rientrata ho visto che erano li'.

Il cerchio si chiude. Ora ho in casa un multipack di cracker salati mulino bianco. Sto recuperando un cesto di vimini in cui riunirli per poi spargerli come fiches da gioco sul tavolo da pranzo. La mia casa e' un po' piu' casa e io ho di nuovo un punto di riferimento rassicurante. Ora devo solo smetterla con quei fastidiosi sogni in cui i produttori falliscono tutti contemporaneamente e si vaporizzano in una nube di bolle colorate, facendomi peraltro ancora svegliare serena (sono un'abitudinaria).

07 settembre 2008

The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Ubi

Chi mi conosce sufficientemente bene sa che mi porto appresso due grosse incapacita' che affliggono la mia quotidiana vita domestica: la prima, sono negata a fare dolci; la seconda, sono completamente mancante di pollice verde. No, anzi, peggio. Al posto del pollice verde ho un vuoto cosmico che il possibile risultato dell'esperimento ginevrino dei prossimi giorni in confronto e' un praticello fiorito.

Mentre sto faticosamente recuperando punti per cio' che riguarda la prima situazione (qui una felice testimonianza), la seconda ha prodotto intere generazioni di piantine moribonde che tornavano mestamente nella casa paterna gridando pieta' (dal momento che lo stress e la tensione nervosa sono oggi seri problemi sociali in tutte le parti della galassia, e' perche' questa situazione non si inasprisca che i fatti successivi verranno rivelati in anticipo. Le piantine si sono salvate tutte grazie alle amorevoli cure genitoriali e il successivo recupero punti sul secondo fronte ha permesso la sopravvivenza di un basilico di nome Ubi. Perche' permanga ancora un po' di senso del mistero, non verra' rivelato, per il momento, di quale nome esteso Ubi e' l'abbreviazione.)

E' per questa ragione che la commuovente storia che vi sto per raccontare intenerira' il cuore di grandi e piccini.

Un giorno in cui miei genitori erano venuti a farmi visita, mio padre rientro' con un vasetto bianco ricoperto di cellophane, da cui facevano capolino due o tre foglie timorose. Scartando la confezione, mi ritrovai faccia a faccia con una piantina verde e profumata. Io la guardai, lei mi guardo', o cosi' sembro' che facesse. Io pensai a quanto quella povera cucciola sarebbe resistita tra le mie mani. La piantina, per contro, si spavento' molto. Subito dopo mi resi conto che non si trattava di una lei, ma di un lui, un Ocimum basilicum, un basilico, insomma. Il mio nuovo basilico prese residenza su un davanzale senza parapetto, l'unico che avevo a disposizione.

Dopo qualche giorno di convivenza iniziai ad accorgermi che il basilico non stava bene. Piano piano, tutte le piantine che risiedevano nel vaso bianco iniziarono a perdere le foglie e a morire, una per una, inesorabilmente. Nonostante ricordare questi momenti mi rattristi tutt'ora, non voglio che questo vi impedisca di leggere cio' che sta per seguire, anche se probabilmente vi capitera' di trattenere un sospiro e qualche lacrima. In tutti i casi, in cuor mio ero rassegnata a una ennesima, bruciante sconfitta.

Ma poi successe quello che nessuno gia' piu' si immaginava. Una piantina, una sola piantina resistette all'effetto dei disagi e dei futuri strapazzi sofferti, nonostante non si avesse notizia di un imminente passaggio di alemanni. Una sola piantina lottava per la sopravvivenza contro ogni aspettativa. Mi innamorai della sua ostinazione e incoraggiai l'unico stelo rimasto. Dacche' questi incoraggiamenti quotidiani sembravano fargli forza, ritenni opportuno che avesse un nome, quantunque ciò che noi chiamiamo in un determinato modo, anche se lo chiamassimo con un altro nome manterrebbe pur sempre le stesse caratteristiche. Lo chiamai Ubaldo, soprannominato affettuosamente Ubi (ecco svelata, come anticipato, l'origine del nomignolo).

Ubi crebbe e mi riempi' di gioia, sfornando giornalmente una quantita' di nuove foglioline davvero invidiabili. Io presi ad abbeverarlo costantemente, ad accoglierlo in casa quando fuori infuriava la tempesta, a mettergli acqua abbondante insieme a mezza aspirina quando mi allontanavo per piu' di un paio di giorni. Infine, lo assicurai con una cordicella per evitare che le giornate ventose lo strappassero al mio davanzale.

Io e Ubi conviviamo felicemente da tre mesi e ci prendiamo cura l'uno dell'altra. Lui prosegue nella sua quotidiana fotosintesi e io gli auguro amorevolmente la buonanotte prima di mettermi sotto le coperte.

E' per questa ragione che oggi, nello scoprire questa notizia, sono rimasta profondamente scioccata. Ubi non ce la fara', il tempo che potro' passare con lui e' troppo poco, le sue ore sono ormai contate. Non resta che tenerlo all'oscuro della notizia e comportarmi come se nulla fosse. Ma, in cuor mio, so.

O natura, o natura
perche' non rendi poi
quel che prometti allor?

questo dramma e' farcito di citazioni, per il tuo unico e solo divertimento. Trovale tutte! In palio due foglie di basilico ogm-free.