15 dicembre 2009

da HO HO HO a HOP HOP HOP

... si ringrazia il Sir per la caparbia (nell'incoraggiare/intimidire i blogger bloggeri) e la solerzia (nel raccogliereeditarepubblicare) che l'hanno condotto a regalarci un Post Sotto l'Albero che contiene anche una piccola vasca, lì da qualche parte...

11 dicembre 2009

Caro Babbo Natale

Dicevo: tra un po' bisognerà fare la letterina a Babbo Natale. Poi ho trovato questa, e ho detto: magari quest'anno mando una mail a Gesù Bambino.

Caro Babbo Natale,

quand'ero piccolo il mio amico Scaro Guido aveva un trattore bellissimo, io ti ho chiesto un trattore e la mattina di Natale me ne hai fatto trovare uno enorme in camera, sì, ma c'era sopra il vicino di casa e aveva sfondato il muro della casa.

L'anno dopo ti ho chiesto diventare meno pigro e il giorno dopo mi è caduto l'albero del marciapiede sopra il motorino.

Poi sono diventato più grande e mi sono innamorato di Agri Laura, allora ti ho chiesto di farmela cadere tra le braccia. La sera di Capodanno lei è inciampata, mi è caduta addosso e con una testata mi ha distrutto la cartilagine del naso. Ancora adesso faccio fatica a respirare.

Caro Babbo Natale, quest'anno, qualsiasi stronzata mi venga in mente di chiederti, ti prego tu fatti i cazzi tuoi.

30 novembre 2009

Percorsi marini

E due. Puf, pant, la Junk Collection è stata esplorata in un tempo nettamente inferiore a quello che avrebbe meritato. Questa mostra andava assorbita, respirata, aveva bisogno di uno spettatore partecipante che si sa lasciare andare alle impressioni.


La mostra apre con un'ondata di luce blu, che illumina piccoli atolli composti da anelli di plastica inanellata su se stessa, un'ondata di luce liquida, acqua rarefatta. L'artista non si è giocata subito la sua opera da cartellone, quella splendida balenottera lignea e inerte, quella l'ha mescolata tra le opere proiettate nell'aria dai faretti sul pavimento. La sala è piccola e coronata da volte affrescate, buia, le opere emergono come se brillassero di luce propria. Ed è un susseguirsi di pesci, paesaggi, fiori, figure oscure che sembrano fantasmi tornati alla luce per ricordarci la superficialità dell'abbandono. Un pregevole video (realizzato perlopiù in stop motion) ha completato l'esperienza, regalandomi un'idea di cosa significherebbe (ri)dare vita a quegli oggetti.

Definitivamente un'ottima scelta, quella di vedere la Junk Collection. Prossima tappa: biennale d'arte conteporanea di Firenze, se gliela fo.

22 novembre 2009

Update di frontiera: arte, libri e varietà

Dovuto e doveroso. Grazie per esserti preoccupato di passare a vedere come sto.

Un paio d'ore di Gehry e accessible design. Una giornata di energie consumate. Le mostre sono enormemente stancanti, non ci posso fare niente, ho bisogno di un'enorme concentrazione, che non sempre mi basta per uscirne con una carica creativa positiva.

La mostra dedicata a Frank O. Gehry, in triennale, è stata piuttosto deludente. Non per Gehry, mia archistar favorita di sempre, quanto per la mostra in sé, che propone l'insieme di progetti e modelli che rappresentano la sua produzione dopo la svolta artistica (?) del 1997. Un accesso facile, con il Guggenheim di Bilbao, per poi proseguire con modelli di studio affiancati da brevi spiegazioni e da insight sui concept, solo raramente accompagnati dal perché delle scelte, del contesto (fisico e culturale). Uniche eccezioni, la Walt Disney Concert Hall (ma è un progetto consegnato nel 2003, la documentazione disponibile è più vasta) e il progetto per la Louis Vuitton Foundation, che viene ampiamente contestualizzato e dove le scelte dei materiali sono esplicitate con criterio. Ma non sono un architetto, né un designer, solo un'amante affascinata e impulsiva, troppo lontana dal commento entusiastico "bello, ma tanto ora è di moda fare gli edifici così" (sentito realmente). Peccato.

Interessante il "Serie fuori serie", anche se aver transitato per un tempo al Design Museum di Londra e conoscere già (vita e miracoli del)la metà degli oggetti esposti toglie un po' di fascino all'esposizione. In ogni caso, l'allestimento è interessante e ne è risultata una passeggiata rilassante.

Oggi è anche l'ultimo giorno per la Junk Collection, che vista così sembra meritare una visita. Farò in modo di passare entro sera.

Altre cose che sto facendo in questo periodo. Leggo appena ho un minuto libero. García Márquez, Pennac, Calvino, Woolf, Miller, Watterson (Calvin&Hobbes), insomma, non importa, basta esplorare altri mondi.

Sono in esplorazione, sì. Anche di campagne (basta guardare il peso che hanno qui), di amicizie, di novità (martedì mi trovi qui). E penso per la prima volta al Post Sotto l'Albero aka PSlA (qui quello del 2008). Probabilmente non ne esce niente di particolarmente significativo ma si sa, la prima volta è sempre la prima volta.

Insomma, un po' di cose tutte insieme. Magari tra un po' ne tiro fuori qualcosa di buono.

14 novembre 2009

Rassicùrati

(un solo titolo nel pieno della stagione influenzale per dire che sto bene e torno presto. Sto solo leggendo.)

18 settembre 2009

guarda che luna, guarda che prato

- amore, guarda che notte stellata e che luna... erano anni che desideravo avere di fianco una persona come te!


- guarda che non è la luna, è un faro. E quelle non sono le stelle, è un telone scuro, riflette la luce intorno.

- ma che importa? siamo io e te, in questo giardino in riva al mare....

- l'erba è sintetica e quello è un bacino artificiale.

- amore mio, quello che conta è sentire le cicale e respirare quest'aria frizzante insieme...

- quelle che senti non sono cicale, è un nastro registrato. Che l'aria sia frizzante, ci mancherebbe: c'è l'aria condizionata.

- insomma, amore mio, intorno a noi sia quel che sia, ciò che importa davvero è il nostro amore

- il nostro amore non è altro che un'operazione commerciale ideata dal reparto interno per lanciare una nuova marca di tonno.

-ah

12 settembre 2009

Vorrei iniziare con una riflessione sul marketing post-moderno

Ma oramai lo faccio ogni volta. Quindi parliamo d'altro.


Un breve accenno -necessario e indispensabile come il sale nell'acqua della pasta- è per gli amici ritrovati un po' qui e un po' là, sotto la pioggerella estiva che sorprendeva bagnanti e barcampisti e sotto la pioggerella estiva che sorprendeva festeggiata e festeggianti.

(Forse porto un po' sfiga.)

Ho qui un post tra le bozze da così tanto tempo che se aspetto ancora un po' impara a cliccare da solo su publish. Il post risale a qualche mese fa, quando ancora non avevo esperito il mite clima estivo milanese e quando il mio equilibrio mentale era... vabé, insomma, è da un po'.

La riflessione nasceva là in quell'edificio estraneo ma dal nome familiare. Così affezionata alle sale della più rassicurante Modern, con la lounge dalla quale si abbraccia Saint Paul, recarmi a passo deciso verso la più classica Britain è stata una prova di forza. Ho un'attenuante che userò come scudo concettuale: a trascinarmi fin là è stata Altermodern (ma soprattutto il suo sottotitolo, postmodernism is dead).

Della quale non parlerò.

Parlerò invece di un argomento inedito e inaspettato, ovvero del mio incontro con Turner.

No, non in persona. Io sono ancora viva, o così almeno conferma l'anagrafe.

Parlerò di Turner e di quanto Turner mi faccia tenerezza. Ma parlerò anche di Rothko, come sempre male. D'altra parte che non ci siamo mai piaciuti è ormai sulla bocca di tutti ed è riconducibile a un vecchio (e per fortuna subito riparato) errore di gioventù.

In compenso amo Turner. Turner è a suo modo un po' genio, un po' scienziato e molto autodidatta. Sperimenta, ama, distrugge. Assolutamente adorabile.

Certo è che qualche problemino lo ha avuto, per esempio ha convissuto con un problema di sicuro terribile, disimparare nel tempo a dipingere figure umane. Deve essere stata dura. Turner aveva anche un po' il problema della nebbia, me lo vedo strizzare gli occhietti cercando di capirci qualcosa e alla fine dipingere un po' a cazzo e quello che viene viene. Ma in fondo Turner è tenero: figurativo, un po' schizofrenico e mezzo dark. Già me lo vedo nella sua intimità, con il pantalone sceso e il panama al contrario, mentre guarda la tela col broncio e regge con la stessa mano birra e pennello. Per queste e altre ragioni che non sto a sviluppare in questa sede ritengo che Turner sia il mio simpatico creativo emo preferito.

In compenso, a rovinare questo idillio, in una delle sale erano appese una crosta di Turner e una di Rothko. Ma dico, sono qui che faccio i cuoricini nelle tele di Turner e improvvisamente inciampo in quell'altro. In compenso, anche Rothko ammirava Turner, al punto di aver regalato alla Tate alcuni dei suoi murales. La prima volta che Rothko vide alcune opere di Turner al Moma, con la sua solita modestia, dicharò: This guy Turner, he learnt a lot from me.

Ma basta parlare di Turner, parliamo di me.

Come alimento prossimamente a Milano la mia fame artistica?

03 settembre 2009

Di vacanze, nausee e meccanismi inceppati

Inizia una nuova stagione, tornare al lavoro dopo le ferie è un po' come tornare a scuola, stesso entusiasmo nel rivedere i compagni di classe e stesso naso storto davanti ai primi compiti a casa.


(poi, c'è da dire, tre mesi in confronto a due settimane, è davvero un'altra cosa)

(lettore, non ti distrarre, che stavo dicendo altro)

Dicevo, tra i compiti a casa si riprende anche a leggere di web in modo sistematico. Perché tanto lo so che i più, in ferie, hanno abbandonato (o avrebbero desiderato, via) i socialcosi per andare in quella spiaggetta dove l'unico problema era decidere quando era il momento giusto per rigirarsi.

Leggo di web, qua e là, in modo sistematico, così come più sistematicamente gli spunti si intrecciano nella mente.

Tra le altre cose, leggo di nausee.

E penso: facciamo un passo indietro e ripassiamo il processo. Lo scopo di azienda è vendere (il prodotto, diciamo, X), azienda ha un budget (Y) per vendere più prodotti X, azienda sente parlare dei miracoli socialmediali, azienda, non sapendo che pesci pigliare, si rivolge a Z, il cui compito morale è far capire ad azienda il valore di tutta quella roba lì (perché ce l'ha, lo so io così come lo sai tu), azienda si fa due conti e succede che...

...ora, lettore, tocca a te. Dimmi tu cosa succede. Io una mia idea ce l'ho, se leggi più sopra ti accorgerai che ho cominciato dicendo: lo scopo di azienda è vendere il prodotto X. Perciò, dimmi un po', perché dunque il risultato è l'intolleranza diffusa verso azienda? Il meccanismo si è inceppato, ma siamo sicuri che stiamo esaminando l'ingranaggio corretto? 

26 maggio 2009

Notizie dal fronte

Ciao eh. Sono a Milano. Già da un po', in effetti. Tutto bene, e tu? A casa, tutto a posto?

La mia vita va bene, a volte prendo la vita degli altri e la shakero un po' con la mia e poi, vedremo poi. Comunque alla grande, zio*, qui a Milano è una figata, ci sono gli amici e c'è anche un sacco di roba da fare. Non che abbia tempo per farla, per ora, ma che c'entra, l'importante è che ci sia, vedi mai che mi avanza un quarto d'ora o giù di lì.

Oh, sai zio, prima di trovare una stanza nuova (e piuttosto vuota) ce n'è voluto un po' (di tempo), ma sai cosa, ci ho avuto degli amici (e che amici, micacazzi) che mi hanno fatto stare un po' da loro, un po' qui, un po' , un po' dall'altra parte. Poi ho trovato la casa, ora ci sono, nella casa, ho anche un letto tutto mio, un po' singolo, un po' piccolo, ma fa niente, l'importante è che ce l'ho.

Ho anche una vasca. Chissà come la prenderebbe LEI. Si lamenterebbe, questo è sicuro.

Ah sai, poi c'era anche quella cosa che mi serviva per il periodo di assestamento, supporto, mi pare che si chiami, oh zio, ne ho avuto parecchio dagli amici, il mio utopico potenziale analista non saprebbe più come pagare il mutuo della sua casa ai caraibi, ma tant'è, zio, ho degli amici fatti così, se li chiamo ci sono, non è mica colpa mia se mandano in rovina gli analisti.

Comunque, zio, ora vado, comunque bella. Ci sentiamo. Stai bene.

*zio: s m ['bɛlla 'dzio] nome comune designante membro della fratellanza di quelli veramente fighi

08 aprile 2009

L'artista degli opposti

E ci risiamo, tanti post in bozza e invece decido di seguire il flusso e parlare di altro.


Ieri ho incontrato Roni Horn. Cioè, non lei in persona, ma lei attraverso le sue opere. Roni Horn non la conoscevo e non l'avrei conosciuta se non fossi passata davanti alla Tate Modern giusto in tempo per rendermi conto che c'era una seconda temporanea a fianco a quella maggiormente pubblicizzata sul costruttivismo di Rodchenko e Popova.

Ora, io con i contemporanei ho un problema, mi presento sempre impreparata. La maggior parte della mia esperienza con le opere d'arte avviene così, una visione di impatto, senza fronzoli né opinioni, solo io e quello che mi sta davanti. Le prime sale mi servono per contestualizzare e per definire una mia mappa, per trovare agganci, connessioni, differenze, per ridefinire la realtà con nuovi presupposti. Va da sé che l'esperienza è totale, ma ha i suoi lati negativi: perdo un sacco di dettagli che, a saperlo prima, col cacchio che sarei passata oltre con quello stupido sguardo di sufficienza.

Con Roni Horn ci ho messo un po', non capivo la decontestualizzazione dei suoi disegni, non capivo su cosa ragionava, non capivo cosa stava cercando di dirmi. Ci ho messo otto sale per capire perché me ne stavo lì a girovagare per le opere senza afferrare niente di quello che mi passava per la testa. E' stato proprio lì, nella sala otto, che ho trovato il mio percorso.
Acqua. Solo acqua. Solo acqua del Tamigi, replicata più volte, acqua nera, acqua increspata, acqua agitata, acqua traforata da altra acqua che cade. E centinaia di note, trentacinque o quaranta per ogni foto, che spezzano la continuità, che creano movimento, che ti chiamano in causa e ti invitano a ragionare. Ho trovato la chiave. Tutte le opere racchiudono in sé il proprio significato e il significato opposto, le sculture sono lucide e opache, trasparenti e impenetrabili, i disegni sono unitari e decomposti, le immagini rappresentano animato e inanimato, azione e immobilità, familiarità e ignoto. Roni Horn è l'artista degli opposti, lavora con te per portarti distante da te.

Poi ci sono anche altre considerazioni, tutte quelle contenute nella guida all'ingresso, che mi costringeranno a rivedere la mostra. Ma la mia intimità con quelle opere è nata da un lavoro solitario, impreciso, approssimativo, emotivo. E credo sia proprio una questione di emozione, uscire dalle sale con questo senso di leggerezza, sapendo di aver trovato l'ennesimo nuovo eccitante punto di vista da cui guardare la realtà.

07 aprile 2009

Si parte e si arriva, anche

Ho un sacco di post in bozza. Ho un sacco di pensieri che mi girano per la testa. Ho un sacco di cose da fare, o che vorrei fare, o che probabilmente non potrò fare, o che probabilmente potrò fare, ma meglio. E' un periodo strano.

C'è di mezzo un trasferimento oltremanica (dal mio punto di vista, s'intende).

Ieri abbiamo concluso le formalità burocratiche preliminari, quindi mi sembra il caso di ufficializzare la mia partenza per Milano. Dal 20 aprile sarò parte del team di Ogilvy Interactive, in qualità di social media analyst. Si parte. Il che significa che si arriva, anche. Cerco singola a Milano e aperitivo di benvenuto.
;)

27 marzo 2009

Il mio gatto da compagnia

Da qualche giorno ho un gatto da compagnia. Cioè, non propriamente un gatto. Una pantera, ecco. O forse una tigre. Più una tigre, in effetti. La mia tigre si chiama Runalaal, e non è veramente mia, fa compagnia al mio cacciatore, più che fargli compagnia diciamo che sbrana chi cerca di avvicinarsi, non è che non sia amichevole, è che è protettiva. Più difensiva, sì, lui la tiene sempre sullo stato difensivo, che se la mette in stato di attacco quella è capace di attaccare tutti quelli che ritiene essere nemici nel suo raggio di azione e poi è un casino.
Ho voluto fortemente arrivare ad avere Runalaal, dopo aver provato un'elfina assassina, una gnoma maga, un'elfa druida e un minotauro dell'orda. Si può dire che i dieci giorni di trial di World of Warcraft li ho sfruttati fino all'ultimo secondo, curiosa di capire perché molti ci perdono le notti, altri se ne vanno in giro vestiti in modo strano ai vari festival del fumetto e del videogioco, volevo districarmi tra dungeon e gilde, per vedere cosa succede quando si vive per un po' nei pressi di Teldrassil. E ho scoperto (con i miei tempi) un po' di cose interessanti.

Engagement. Ho appena iniziato a giocare e già so che non ne avrò mai abbastanza. WoW è costruito benissimo e si basa su più metafore di quante non si possa immaginare. Si nasce in un piccolo villaggio sperduto, dove alcuni maestri ti incoraggiano, mediante quest e relative ricompense, a prendere confidenza con il personaggio, con gli strumenti, con le armi, con le visualizzazioni e con l'ambiente circostante. A ogni passo successivo, le quest ti fanno scoprire in lungo e in largo la mappa del luogo in cui cresci e ti portano a parlare con i personaggi principali con cui dovrai interagire, maestri e istruttori. Si fa pratica di livello in livello fino al livello dieci, momento in cui si è abbastanza pratici con i comandi da poter iniziare a sviluppare il personaggio. E' al decimo livello infatti che si inizia ad avere a che fare con i poteri e con le caratteristiche uniche del carattere, dalle magie agli animali da compagnia.

Metafora della crescita, iniziazione, complessità. Il personaggio nasce in un piccolo villaggio, dopo alcuni livelli viene mandato nella città, da cui si passa successivamente alla capitale, per poi iniziare a esplorare altri continenti. Mano a mano che cresce il livello, cresce anche il livello di complessità richiesto, la capitale richiede una mappa a sé stante per poter essere percorsa tranquillamente. L'iniziazione del personaggio alle pratiche avviene mediante quest concatenate successive con cui imparare i rudimenti del mestiere. La complessità è assorbita anziché appresa: si percepiscono alcuni step successivi (per esempio, attraverso il training) ma spesso ciò che porta il personaggio a gestire un ambiente più complesso passa attraverso missioni apparentemente uguali alle altre (ad esempio scoperta delle città, dei maestri, delle locande).

Gender. Quando si crea un personaggio nuovo, è possibile scegliere liberamente se creare un carattere maschile o femminile. Non mi è riuscito di trovare le statistiche dei giocatori donna che bazzicano i server europei, ma in generale credo siano sensibilmente meno dei caratteri femminili che vedo su WoW. Si pensava dunque alla differenza tra identificazione nel personaggio (e quindi alla scelta dello stesso genere) rispetto all'interazione col personaggio (e dunque, anche la scelta di un genere diverso), ma senza dati nè ricerche riesce difficile arrivare a qualsiasi abbozzo di conclusione. Proverò di nuovo a cercare.

Attività non necessarie. Esistono una quantità di attività che non sono strettamente necessarie allo svolgimento delle quest e che portano esperienza, divertimento o riconoscimenti vari. Questo tipo di attività vanno dalle professioni (alchimista, sarto, erborista...) ai giochi organizzati all'interno del gioco, ad esempio una specie di "rubabandiera" svolto in una zona specifica del continente. I "giochi all'interno del gioco" sembrano essere un'ottima strategia per mantenere alta l'attenzione e per rafforzare l'engagement.

continua...

19 marzo 2009

Buzz in rete: è sempre necessario?

Gli effetti della "serata Actimel" (i video di Delymith dell'evento) si sono fatti sentire. Negli ultimi giorni, a seguito di una divertente discussione riportata da supercazzola, amici e conoscenti si sono dati da fare su friendfeed per commentare l'iniziativa e hanno preso spunto per discutere su cosa si può migliorare, su come le aziende si dovrebbero porre, sull'efficacia o meno di avviare iniziative duepuntozero per alcuni prodotti. Gianluca scrive la sua opinione, indicando che forse si migliorerebbe l'efficacia delle iniziative spostando l'interesse a monte, Nicola mette in evidenza un punto interessante, ovvero che con tutto quello che il marketing "inventa" per cercare di rendere unico un prodotto tutto sommato simile ad altri sul mercato, diventa difficile distinguere prodotti qualunque travestiti da innovazioni da prodotti veramente innovativi (e qui non entro nel merito perché non posso chiaramente sapere quanto il prodotto specifico sia veramente innovativo). In risposta ai thread di friendfeed, Andrea Febbraio, CEO di Promodigital, l'agenzia che ha seguito l'iniziativa di buzz per Danone, pubblica un post in cui sottolinea che l'iniziativa è stata condotta nel rispetto delle regole di trasparenza del womma.


Due o tre punti che vale la pena sottolineare e che (forse) non sono ancora stati sviluppati.

Premettendo che sono tutto sommato d'accordo con le opinioni di Gianluca e Nicola (nella misura in cui sostengono che probabilmente non tutti i prodotti sono adatti a questo genere di promozione nell'ultimo miglio), mi piacerebbe concentrarmi sulla singola iniziativa riportata da supercazzola, per capire come è stato possibile generare un tale concatenamento di commenti ironici mandando a monte il tentativo di conversazione sollecitato dall'agente di Danone. I problemi principali dal mio punto di vista sono due: approccio e contesto.
  • Approccio. L'agente di Danone fa la sua comparsa nel forum, spiegando chi è e cosa ci fa nel forum (+1 punto trasparenza). Ma sbaglia completamente il modo: parla in brochurese, scrive sempre il nome del prodotto per esteso, non accenna a rilassare il linguaggio neanche dopo le prime (prevedibili) frecciatine. Il tono è innaturale e la proposizione inaccettabile: è probabile che i frequentatori del blog abbiano visto l'irruzione come aggressiva e fuori luogo, aggressione contrastata con la naturale impermeabilità della rete a ciò che è ritenuto spam (ovvero informazioni non richieste). La conversazione non trova uno sbocco e il tutto prende un sapore di interruzione pubblicitaria cui finalmente si può rispondere a tono.
  • Contesto. Dal modo in cui viene bistrattato l'agente, sembra chiaro come l'avvio della conversazione sia stato fatto senza una sufficiente reputazione nel contesto specifico. Il riconoscimento reciproco dei singoli attori del contesto ha invece fatto in modo di creare numerosi assist per altri presenti, che si sono rimbalzati la palla tra loro, costruendo mano a mano una conversazione sempre più ironica e dissacratoria, in modo da escludere chi ha invaso il loro territorio.
A questo punto, sarebbe interessante proporre delle generalizzazioni. Tenendo sempre presente il punto di partenza, ovvero che ritengo che non tutti i prodotti siano adatti a qualunque tipo di conversazione, credo che in una situazione di questo genere potesse essere fatto un altro passo.

Mettiamo che il livello 1 sia costituito dalla pubblicità (informazione a una via, assenza di comunicazione bidirezionale) e il livello 4 dalla condizione ottimale (in cui c'è interesse reciproco ed esiste una conversazione di valore per entrambe le parti). Questa situazione potrebbe essere al livello 2 (presa di coscienza dell'importanza della conversazione, ma sostanziale inestricabilità della comunicazione dalle logiche di marketing e dal linguaggio aziendale). Il livello 3 potrebbe essere costituito dalla conoscenza e relativo inserimento nel contesto e dal'utilizzo del linguaggio locale, con cui intendo il linguaggio proprio di quella community o tribù.

Non avendo dati alla mano, non posso ovviamente verificare se lo spostamento del piano comunicativo avrebbe evitato lo sbeffeggiamento dell'agente, ma sono convinta di sì. Una reale mancanza di interesse per l'argomento specifico evita il passaggio di livello da 3 a 4, ma questo dipende dall'argomento in sé (o dal prodotto in sé) più che da miglioramenti successivi nella comunicazione.

In buona sostanza, credo che Mafe abbia ragione quando dice che le aziende che provano a conversare vadano incoraggiate anziché derise, ma credo anche che il caso specifico avesse tutti i presupposti per diventare un esempio di quello che è solo il primo passo della conversazione in rete e che i presupposti contestuali rendessero inevitabili le conseguenze. Non si tratta di essere più o meno buoni con le aziende che conversano, si tratta di prevedere che l'interesse delle persone in rete (quasi mai di tipo economico) vada aldilà delle logiche aziendali e che condizioni ambientali di questo genere provocheranno sempre reazioni di questo tipo. I presenti alla discussione avevano gli elementi per condurre il gioco e ne hanno tratto qualcosa di molto poco economico (divertimento), per quale altra ragione avrebbero dovuto dare un contributo a una conversazione che in quel contesto non aveva riscosso successo?

12 marzo 2009

Prima impressione nei social network: quanto conta?

Non c'è bisogno di spiegare quanto conta la prima impressione nel contatto tra le persone (d'altra parte si sa, "non esiste una seconda occasione per fare una buona prima impressione"). Esistono studi a riguardo, esistono tutorial su come gestirsi in un colloquio di lavoro, esistono corsi che spiegano come presentarsi a un nuovo cliente. Molto di quanto c'era da scrivere è già stato scritto.


Persino chi lavora online sa quanto è importante una buona impressione. Dal sito aziendale al semplice titolo di un blog, molto di ciò che presentiamo in rete contribuisce a permettere a chi si imbatte nel nostro sito di farsi un'idea di noi ancora prima di leggere quello che scriviamo.
Se la prima impressione è così importante, cosa succede quando abbiamo a che fare con i social network? Quali sono i meccanismi che ci permettono di decidere in pochi secondi se quel nuovo contatto può far parte della nostra cerchia di conoscenti oppure no?
Nel momento in cui non abbiamo più molti dei segnali che usiamo nell'offline (come il comportamento non verbale, la gestualità, l'intonazione della voce, ...), probabilmente il giudizio si affiderà ad altri elementi, permettendoci in pochi secondi di farci un'idea della persona che ci sta di fronte.

Andiamo con ordine e vediamo se sono possibili alcune generalizzazioni.

  • Elementi visivi. Offline non possiamo non averla e dobbiamo fare i conti con essa. Online abbiamo la possibilità di inserire la foto sul nostro profilo (e molto probabilmente ne sceglieremo una che ci rappresenta al meglio o che rappresenta al meglio una delle nostre caratteristiche). La mia idea è che il non avere una foto sia discriminante rispetto ad averla, ovvero che avere una foto inneschi un processo di valutazione simile a quello che utilizziamo offline. Se sappiamo che faccia ha il nostro interlocutore, probabilmente saremo disposti a dargli più credito, mantenendo in un certo modo il livello di importanza che attribuiamo all'impatto fisico offline. Per ora è solo una supposizione, sarebbe interessante dare un'occhiata a eventuali studi esistenti (per esempio su LinkedIn o Facebook).


  • Elementi contestuali. Se la mia teoria è corretta, dopo l'impatto fisico cercheremo un surrogato di quanto è non verbale, paraverbale o contestuale. Credo che in questa categoria si possa inserire gli elementi grafici, la vivacità (e vitalità) del profilo che andiamo a visitare, la percezione dell'inserimento di quella persona nel proprio contesto (quindi gli scambi più o meno frequenti con altri, i commenti, i vari "like" e "fave") ecc. Immagino che verificare questa parte richieda studi psicologici più complessi e che non vedrò in giro niente di utile per un po', ma staremo a vedere.


  • Elementi sociali. Anche il contesto sociale è importante nella valutazione di una persona. In che contesto sociale l'abbiamo conosciuta? Con chi era in compagnia? Abbiamo amici in comune? Le amicizie comuni provocano un istantaneo istinto di riconoscimento, mentre il contesto sociale potrebbe influire sulla determinazione di entrare in rapporto con una data persona oppure no (molte più persone di quante non sappiano/non ammettano giudicano a priori qualcuno in base alle sue conoscenze e ad amici più o meno influenti). Offline però abbiamo il problema che le conoscenze sono quasi sempre "nascoste", mentre i media sociali ci danno una panoramica più vasta del contesto sociale di una persona. La compensazione può avvenire semmai in altri termini, quando succede di escludere persone che hanno "troppi amici": in questo caso la valutazione è di tutt'altro genere e ci fa pensare a qualche forma di spam. Credo dunque che, così come il contesto sociale può influire sulla valutazione, anche il contesto sociale online sia importante nel determinare la prima impressione.

Mi piacerebbe poter approfondire in futuro, avete un'opinione in merito o conoscete ricerche che parlano di queste cose?


10 marzo 2009

Poste italiane dalle stelle alle stalle

Buffo che uno per una volta trovi delle persone disponibili e attente in una sezione nordica di Poste Italiane (e pensi di scrivere un bel post in proposito) e poi scopra che un certo ufficio postale prima si frega una busta e poi fa sparire il contenuto di un'altra busta, stavolta raccomandata. Io (ancora) non so se sei uomo o donna. Nel primo caso, se hai voluto fare il figo regalando alla tua bella due delle mie collezioni, la cosa migliore che ti auguro è il licenziamento (e l'impotenza, ma questo non c'entra con il contenuto di questo post). Nel secondo caso, comprendo la vanità e l'orgoglio di poter indossare gratuitamente le mie collezioni, e ne vado fiera. Ma spero anche che tu ti accorga troppo tardi di essere allergica all'argento, e che quando lo farai sarà troppo tardi perché una qualsiasi crema dermatologica possa fare alcunchè per i brutti segni che ti sono rimasti sul collo.

Houston, le aziende hanno un problema (con le conversazioni)

Houston, abbiamo un problema. Da quando le persone hanno trovato il modo di aggirare un po' di pubblicità (vuoi con i videoregistratori, vuoi con internet, vuoi con altri sistemi), chi si occupa di marketing ha cercato a sua volta il modo di aggirare le difese dei consumatori. Dal buzz e viral marketing più o meno aggressivo, ai fake blog, allo steal marketing, negli ultimi anni abbiamo assistito a un cambiamento di rotta nelle strategie e negli strumenti. Come a dire, se il ROI si abbassa, frammentiamo i budget e tentiamole tutte.


Parliamo di conversazioni. In rete, in particolare, le tecniche maggiormente utilizzate sono sostanzialmente due: entrare nella conversazione o innescare la conversazione. Gli ibridi che ne sono derivati sono: sponsorizzare una conversazione già avviata o avviare finte conversazioni.
Mi spiego meglio con alcuni esempi.
  • Entrare nella conversazione. Una Dell decide di entrare nella conversazione scendendo dal piedistallo e andando a rispondere direttamente alle critiche che gli vengono rivolte (salvo poi accentrarle in un luogo più "gestibile" come un corporate blog).
  • Innescare la conversazione. Una Ducati decide di avviare una conversazione quando dà agli appassionati delle sue moto un posto dove discutere tra loro e comunicare direttamente con il brand.
  • Sponsorizzare una conversazione già avviata (in senso ampio, il che significa: usare tecniche già sperimentate da altri oppure brandizzare luoghi di conversazione esistenti). Una T-mobile utilizza il meccanismo del flash mob per girare un proprio spot.
  • Avviare una finta conversazione. Una Wal-Mart sponsorizza segretamente un blog di una coppia di viaggiatori che recensiscono negozi della catena.

Qual è il sistema più remunerativo?

Sicuramente in un ambiente in cui la reputazione e la trasparenza sono primari, l'ultimo sistema è quello più facilmente smascherabile e che porta all'azienda una quantità di pubblicità negativa difficile da gestire o controbattere (no, "bene o male l'importante è che se ne parli" per le aziende spesso non vale).
Il sistema della sponsorizzazione funziona se l'idea è molto originale e se l'azienda ha le giuste capacità per spingere l'iniziativa, in ogni caso occorre che l'azienda sia davvero attenta a quanto accade soprattutto in rete per cavalcare l'onda fin dall'inizio e ricavare la massima visibilità dall'iniziativa.
Per quanto riguarda l'avviare VS partecipare alla conversazione, occorre conoscere molto bene il mercato di riferimento e avere una visione chiara delle aggregazioni esistenti (esistono già community forti? Il tema è sentito? Quali opportunità non sono già state esplorate?) per capire se il bisogno è latente e può essere esplicitato mediante la creazione di un supporto oppure se un nuovo sistema entra direttamente in competizione per l'attenzione, con scarse probabilità di ottenere risultati significativi.

In tutto questo, quello che continua a stupirmi è come i marketer impieghino una quantità spropositata di risorse per "aggirare" le difese anziché addentrarsi (anche con circospezione, assaggiando un po' di questo e un po' di quello) nei social network. D'accordo che la qualità delle conversazioni non è altrettanto misurabile come la quantità del traffico generato, ma è davvero troppo infantile pensare che il secondo sistema sarebbe infinitamente più semplice?

26 febbraio 2009

Sociologia e marketing del parrucchiere del sabato mattina

Ora sono abbastanza grandina da poter dire queste cose. Ho sempre ammirato le signore che tutti i sabato mattina se li passano dal parrucchiere, soprattutto se il parrucchiere non riceve su appuntamento, il che significa che la fila inizia ben prima del sollevarsi della serranda. Capitemi, sono cresciuta in un paese piccolo, il rituale del parrucchiere del sabato mattina è più sacro di quello delle lasagne la domenica a pranzo.

La mia è pura e vera ammirazione. Il sabato mattina, nei paesi piccoli come il mio, la quasi totalità delle madri di famiglia con figli più o meno adulti si sparpaglia tra i vari parrucchieri del paese (duemila abitanti, tre parrucchieri) e contribuisce così a perpetuare una serie di fenomeni che andiamo senz'altro a descrivere.

  • Tribalità. I parrucchieri hanno pubblici molto diversi, la concorrenza è sostenuta dall'identificazione nel brand. I clienti sono fedeli e motivati, nessuno cerca di pubblicizzare in maniera più o meno esplicita la propria scelta ma ciascun brand ha un'impronta ben definita. A seconda del taglio di capelli e della messa in piega, in qualsiasi giorno di qualunque settimana dell'anno è possibile individuare la parrucchiera di fiducia della tal signora.


  • Espoliazione dell'identità. Io non so voi, ma ci sono cose che non mi fanno sentire completamente a mio agio, tipo ritrovarmi improvvisamente in pubblico mezzo minuto dopo essermi appena svegliata. Ecco, immaginate ora cosa dev'essere farsi vedere da tutti quelli che ci vedono sempre in perfetto stato con bigodini, punte sparate in aria dallo shampoo, stagnole o -peggio- cuffie per colpi di sole. E, nonostante questo, scambiarsi con nonchalance le ricette per il pranzo della domenica. La reciprocità della situazione aiuta a fare in modo che il disagio non alteri le conversazioni, ciò nonostante l'atto di "espoliare la propria identità pubblica" davanti a un ristretto (e ricorsivo) numero di persone genera qualcosa simile all'identificazione nel gruppo. A ciò occorre aggiungere che l'ambiente così condiviso genera un senso di parificazione sociale. La bracciante e la moglie del sindaco, con i bigodini in testa, sono uguali. Perlomeno per quella mattinata.


  • Concentrazione di potere. Non si tratta di femminismo spinto, ma molti degli uomini che ho in mente senza la propria donna farebbero fatica anche a cambiarsi i calzini. Sì, lo so, è una mentalità da paese, ma io l'avevo anticipato da dove vengo, quindi non lamentatevi. Quello che invece conta è che nel negozio del parrucchiere, il sabato mattina, si concentra molto più potere di quanto non ci vogliano dare a bere i summit internazionali. Vi prego, mandate per una volta le mogli dei presidenti più influenti dallo stesso coiffeur nello stesso momento. Secondo me è così che finiscono le guerre, altro che trattati di pace.


  • Buzz. Sì, succede anche dal droghiere. Sì, anche al mercato. Ma la spinta che il buzz offline subisce a cadenza settimanale è qualcosa di speciale. Si parla di "discorsi da parrucchiere" quando si vuole indicare un miscuglio leggero di argomenti poco impegnati e gossip. Le donne il sabato mattina si rilassano, ritagliano un momento per sè dopo aver dedicato la settimana intera alla famiglia, vogliono godersi qualche ora di libertà. Noi abbiamo il solitario o il campo minato per svagare la testa, loro hanno il gossip di paese. Le chiacchiere del parrucchiere sono un effimero mensile femminile che serve a rafforzare le relazioni sociali e, perché no, imparare qualche trucco su come togliere l'acido della passata o come piantare i gerani. E anche su quali prodotti comprare, perché no. Donne con potere d'acquisto che si appoggiano alla propria reputazione per commentare questo o quel prodotto. Le chiacchiere da parrucchiere sono il ceppo della recensione dei prodotti nei forum e nei blog.

11 febbraio 2009

Quando il fisico si riposa anche il cervello va in tilt

Oggi ho corso (applausi) (ssshh). Per stabilire se la mia relazione con la corsa può avere un futuro ho deciso di fare il classico schema dei pro e contro.

contro - ho corso solo 15 minuti
pro - ho corso!
pro - pioveva e stava facendo buio
contro - avevo l'outfit nuovo da provare
pro - dopo aver corso mi parte il voglino di fare due addominali
contro - ho fatto solo quattro minuti
pro - ci metto solo un mese di attività costante perché l'addominale si veda
contro - ci metto un mese di attività costante perché l'addomninale si veda
pro - dopo gli addominali sei lì sdraiata a terra, che fai, un paio di flessioni non le vogliamo fare?
contro - ho dovuto usare gli esercizi semplificati
pro - e dopo due flessioni, mentre sei lì che ti riprendi, due esercizi per i glutei vuoi che non ci stiano?
contro - prendere consapevolezza di quanto il fisico non regga la buona volontà
pro - ho cominciato, via

7 a 6. Bene, da domani si riparte.

(odio mettere in atto i buoni propositi per l'anno nuovo)

05 febbraio 2009

Art&crafts/Esclusivo: Francesca intervista Feba

Nella foto: a sinistra, Feba. A destra, Francesca

Perle rosa, bianche, brillantini, pinze, pietre dure. Entrare nello studio di creazione di Feba è un po' come entrare nella grotta delle meraviglie. Ha fatto scalpore la sua recente entrata nel mondo dell'art&crafts, quando si è presentata come ideatrice di gioielli di perle esclusivi, elogio della semplicità e della femminilità. Tra le sue attività, ricordiamo le immagini delle collezioni viste attraverso l'occhio della Nikon, le preview delle collezioni e il negozio su Etsy. Feba ci accoglie con un sorriso, un filo d'argento in una mano, alcuni pezzi di acquamarina nell'altra.

Francesca: Feba, nessuno sapeva della tua passione (la creazione di gioielli a mano, ndr). Da dove viene? E quando hai cominciato?
Feba: Il fermento artistico c'è sempre stato, negli anni ha cercato di esprimersi in diversi modi, dagli strumenti musicali, all'arte, ai lavori manuali... Diciamo che questa non è altro che una nuova tappa... A Natale non riuscivo a trovare la collana che cercavo, ho pensato: se so esattamente cosa voglio, perché non farlo? Ne ho fatta una, ne ho fatta una seconda... ed eccoci qui.

F: Prima Friendfeed, poi Etsy... come sei passata dalla conversazione al negozio?
F: Mi piaceva l'idea di proporre prima i miei gioielli alle persone che mi conoscono, in un luogo dove potessero commentare, dare la loro opinione e darmi qualche prezioso consiglio per continuare. In cambio, io propongo i miei pezzi con un anticipo di qualche giorno rispetto alla pubblicazione su Etsy. Finora sono stata molto soddisfatta, spero di poter continuare a lungo!

F: Nell'ambiente si dice che tu voglia creare solo pezzi unici. E' vero? E non hai paura di finire le idee?
F: Tutti quelli che hanno un'idea hanno paura di non potersi rinnovare. L'ispirazione può venire da qualsiasi parte, basta tenere gli occhi aperti. E se le idee finiscono, significa che è il momento di fare altro. Ma fino a quel giorno, solo pezzi unici. Quello che mi interessa è sperimentare, non produrre in serie. Ho deciso di scegliere e sperimentare i materiali, di fare le cose con accuratezza e di coccolare chi sceglie i miei pezzi.

F: Perché questa predilezione per le collezioni complete?
F: Perché ho sempre portato poche cose, ma coordinate. Ho sempre odiato il fatto di dovermene andare in giro a volte per anni per trovare l'abbinamento giusto. Una volta comprai una collana meravigliosa, ma molto pretenziosa, a Mantova. Ci vollero due anni, e un viaggio a Parigi, per trovare orecchini che potessero accompagnarla. Ecco, con le mie piccole collezioni vorrei evitare alle donne questo genere di peregrinazioni.

F: Come sei arrivata a un tuo stile personale?
F: Nell'abbinare i materiali, ho una sola regola. Faccio solo pezzi che io stessa indosserei. Posso arrivare a fare qualcosa su commissione, ma lo stile rimane comunque semplice, pulito, mai eccessivo. So che tutto questo non è molto marketing oriented, ma diciamoci la verità: chi se ne frega? (ride)

F: Credi che continuerai anche in futuro?
F: Ci sono alcune cose in cantiere, la tesi, un'attività in zona (Londra, ndr), insomma, ancora non so di preciso quanto tempo libero mi rimarrà durante l'anno ma mi piacerebbe imparare tecniche nuove, per riuscire a variare il lavoro il più possibile. E poi tra qualche anno chissà, magari ci ritroveremo tutti all'inaugurazione del mio primo negozio con wi-fi...

Intervista: Francesca. Foto: Francesca. Abiti: Random. Trucco: Nature.

29 gennaio 2009

Se questo è un genio

Rothko è l'artista più sopravvalutato di tutti i tempi. Ora capisco perché è così faticoso trovare le sue opere tutte insieme. Quando vedi la prima, pensi che Rothko sia un dannato genio. Quando vedi la seconda, pensi che Rothko sia sì un genio, ma un po' ripetitivo. Quando vedi la terza pensi che genio è una parola grossa. Quando vedi la settima inizi a pensare che anche una sua eventuale carriera da imbianchino non sarebbe stata poi così soddisfacente. La mia visita alla mostra su Rothko è durata otto minuti, i primi cinque passati a guardarmi intorno, i successivi tre a cercare la via più breve per uscire dalla sala. Poi è questione di gusti, io (per dire) sono una groupie di quello squilibrato di Pollock, ma tant'è.

Così corro fuori e cerco quella sala là, quella dei minimalisti. Ah, finalmente senso. Una forma geometrica bianca schizzata su un muro bianco. Un'enorme scritta al neon. I miei neuroni iniziano a mettersi in moto, cercando senso. Un viaggio nello spazio distorto di LeWitt e l'approdo sull'isola delle parole, quel miscuglio di concreto e irreale che solo un allenato Holzer può mettere insieme. Parole e colori, colori e forme geometriche, forme geometriche e lettere. Regole, solo regole. Queste composizioni sono pregne di regole, sono rette da regole, sono la sistematizzazione delle regole. E dalle regole si passa ai principi strutturali. Adoro la regolarità, soprattutto quando si fa forma, la forma ingloba lo spazio nella figura e la figura diventa una vuota portatrice di senso, restituendo all'osservatore il suo mondo. O inglobando il mondo dell'osservatore. O facendo diventare l'osservatore l'oggetto stesso dell'osservazione. Ma negando se stessa l'opera ritorna a essere opera, rigettando l'osservatore stordito e confuso nel suo stesso mondo.

Allora si smette di giocare con lo spazio e si torna a guardare i quadri alle pareti. Datemi una dose di cubismo, per favore, sono in astinenza da settimane. Sbattetemi in faccia un Picasso, datemi un cucchiaio di Balla. Il mio problema coi cubisti è che mi danno appetito, ma poi mi ingozzo a tal punto da non riuscire più a distinguere i sapori, rincorro le sagome abbozzate senza avere il tempo di assaporare, o di riflettere.

E poi solo altre tre parole. Pop. Art. Yo. Un Rauschemberg che ammicca a un Lichtenstein che cede il passo a un Johns. Basta, credo che questo sia il momento giusto per uscire, non credo di poter andare oltre. E invece un passo avanti e un Matisse sta lì a fissarmi, e in mezzo a due Bonnard chi mi ritrovo? L'Ave Maria di Cattelan. No, dico, che ci fa Cattelan in una sala che si chiama "Dopo l'impressionismo"? Sospensione dell'incredulità, perché lì di fianco trovo un Mondrian inedito e in ottima forma.

Ecco, sapevo che non avrei retto più di un'ora. Mi trascino fuori dopo un'ora e un quarto sfinita. Consumata. Respiro. Datemi una secchiata in faccia di Real Life, please.

(tutto questo è ovviamente il frutto della seconda spedizione punitiva alla Tate Modern, come avevi già capito)

23 gennaio 2009

Breve guida all'invio di mass email (marketing)

Inutile continuare a parlare di conversazioni e di mercati come conversazioni in un contesto in cui le aziende non sono capaci neppure di mettere insieme una mail da mandare a un database di indirizzi.

Sia chiaro, non ce l'ho con quelli che mi mandano mass email perché allungano la lista delle mail da leggere. Sarei ben contenta di farmi intasare l'account di informazioni rilevanti, senza dover spendere ore a cercarle in rete. Ce l'ho con una sola categoria, ovvero con quelli che non hanno idea di cosa stanno mandando e a chi, con quelli che ti rendono difficile arrivare alla seconda riga, con quelli che si autoincensano, perdendosi nelle parole che illustrano i loro stessi successi.

Questa guida è per voi. Quando mi arriverà anche solo una mail di mass marketing che sia in linea con la maggior parte di questi dieci (più uno) punti, saprò che c'è ancora speranza di parlare con le persone che lavorano nelle aziende e non solo con le loro brochure.

1. Il fatto che una mail mi debba passare sotto gli occhi non ti dà il diritto di approfittare del mio tempo.

2. Se proprio decidi di inviare una mail, comincia identificandoti. Sei una persona che scrive a un'altra persona, dimmi chi sei e fai in modo che possa verificarlo. Tu sai chi sono io, perché mai dovrei prestare attenzione a uno sconosciuto? Dammi qualche riferimento, un profilo LinkedIn, un blog, un account di Twitter. Se non sei nemmeno nel "Chi siamo" della tua azienda (o se la tua azienda non ha nemmeno un "chi siamo"), lascia perdere. Non so chi sei e non ho intenzione di starti a sentire.

3. Adatta il tono della tua comunicazione. Se hai una patente B e sai guidare un'auto, pretenderesti mai di saper guidare un jet? Non mi interessa quanti anni di esperienza hai alle spalle, se decidi di usare i social network per pubblicizzare le tue iniziative, tieni ben presente dove sei e con chi stai parlando. I tuoi toni ingessati e le tue moine non mi interessano. Lascia tutto alle tue brochure patinate e fingi di essere una persona che scrive a una persona. Faticoso, eh?

3 bis. Chiediti se sei in grado di farlo. Di nuovo, non mi interessa quanti anni di esperienza hai alle spalle, ogni contesto ha bisogno di determinate competenze. Se non riesci a sganciarti dal tuo ruolo incravattato, rivolgiti a qualcuno che mangia pane e social network. In questo modo eviterai molte figure barbine.

4. Contattare le persone direttamente e rischiare di avere risposte comporta un notevole dispendio di risorse. Se non sei pronto a dare valore (e a destinare un budget) a questo tipo di relazioni, lascia perdere. Mantenere un rapporto è costoso in termini di tempo e risorse. Se non sei disposto ad ascoltare dopo aver contattato le persone, cambia strategia.

5. "Ho letto il tuo blog e mi sembra molto interessante". Lascia perdere. Io so che la mia mail è finita nel tuo database, così come lo sai tu. Non raccontiamoci fregnacce. Vai al sodo.

6. Proponimi qualcosa di concreto, subito, ora. Se sono interessata, avrai la mia attenzione. La promessa futura di oro, incenso e mirra non mi interessa. Dimmi cosa devo fare se mi interessa, altrimenti lascia perdere.

7. Sii breve, perdio. Non mi interessano tutte le attività della tua azienda e tutti i suoi trascorsi. Se mi interessa, sono capace di cercarlo da sola. Non cercare di guadagnarti la credibilità mettendo tutto nella mail. Tanto la prima cosa che cercherò in rete non sarà il sito della tua azienda, ma l'opinione degli altri utenti.

8. Mettere un link al profilo di Facebook fa figo e non impegna. Ma se mi metti un link a un profilo privato, cosa dovrei farmene? Linka un profilo aperto o un profilo pubblico, in modo da farmi vedere chi sei. Se lo scopo è solo farmi vedere che sei un gran ganzo e sai usare Facebook, lascia perdere. Probabilmente lo so usare meglio di te e non avrò pietà nel cassare le tue future iniziative.

9. Rendimi facile il reperimento di informazioni. Il fatto che tu mi stia mandando una mail non implica il fatto che io beva senza fiatare tutto quello che contiene. Lasciami qualche link, fai in modo che sul tuo sito io possa vedere rapidamente le informazioni che cerco senza perdermi in redirect, musiche, download di brochure e .zip, frizzi&lazzi. Ho perso tempo nel leggere la tua mail. Se io perdo più di un minuto cercando di districarmi tra gli inutili fronzoli del tuo sito, tu avrai perso la mia attenzione.

10. Se nonostante tutto questo sei riuscito a fare in modo di farmi leggere la mail e farmi trovare il tempo per risponderti, evita cortesemente di mandarmi un'altra mail copiaincollata. Se lo fai, io mi sentirò doppiamente presa in giro. L'unico risultato che otterrai finire immediatamente nell'oblio e fare in modo che io racconti al mondo quanto sei arrogante.

22 gennaio 2009

Hai mai camminato dentro un'opera di fantasia?

Entrare allo Shunt richiede la sospensione dell'incredulità.

Una volta mi sono trovata a camminare come Gulliver in una città fatta di casine e palazzi che mi arrivavano al ginocchio. Un'altra volta ho visto gente improvvisare un concerto in una mansarda. Una terza volta sono entrata in un intricato roseto. Ieri sera, per dire, ho visto la Madonna, con tanto di aureola celeste e cuore rosso illuminato.

E no, non mi faccio di acidi, anche se potrei raccontare di aver visto un carillon grande come una stanza fatto suonare da vecchie singer. Oppure di aver guardato su un muro un racconto di Edgar Allan Poe. Figurine di cartoncino che si rincorrono davanti a una luce fissa. Veder scendere dal soffitto due trapeziste o passare in una stanza con quadri fotografici o attraversare una sala con due mega hula hop illuminati da luce blu o rossa con dentro figure umane che si contorcono ormai è la cosa più normale che abbia fatto.

Sarà perché entri direttamente dalla metro. Sarà perché devi attraversare cripte buie, e nicchie, e gente che sussurra, e stanze con vecchi sedili di vecchi cinema e un telone pronto a illuminarsi prima di arrivare a una specie di salone principale. O forse sarà perché così immerso nel buio a un certo punto puoi sentire un pianoforte che suona in lontananza, e forse è suggestione, o forse è solo qualcuno che si è messo a improvvisare a uno dei vecchi pianoforti a coda disseminati tra le sale. Fattostà che se decidi di entrare allo Shunt devi mettere in conto la sospensione dell'incredulità. Davvero.

19 gennaio 2009

New year's resolutions/3: zenicizzamento

Ho iniziato a fumare alla fine del primo anno di università. Il che significa che, superate le pericolose tentazioni dell'adolescenza, non è mai troppo tardi per fare una cazzata. I primi anni ho mantenuto un livello più che accettabile, sotto stress da esame arrivavo a fumare ben 2 sigarette al giorno, con la palestra era impossibile iniettare più nicotina nell'organismo senza rischiare che le mie allieve finissero una lezione e io no. Poi le ore settimanali in palestra sono diminuite, così come le sigarette rimanenti nel pacchetto a fine giornata.

In una fase particolarmente rigida per la mia psiche (e le sigarette a un terzo del costo) la situazione è precipitata. Al rientro in Italia, fumavo praticamente un pacchetto e mezzo di sigarette al giorno. La media è in seguito scesa nei mesi, assestandosi sulle poco meno di venti, altalenando periodi di disinteresse a periodi di "no no no così non va".

Ciò che rende più difficile (o più facile?) il mio rapporto col tabacco è che a me fumare piace, odio l'odore di fumo che impregna i vestiti e le dita, ma mi piace il sapore delle mie sigarette. Una contraddizione inestricabile. La sigaretta è stato il letimotiv che ha collegato vite diverse in contesti diversi.

Sono a Londra da dieci giorni. Qui le sigarette viaggiano sui sei pound a pacchetto e io non ho ancora un lavoro. Questo lo sapevo prima di partire. Ho deciso che il mio arrivo avrebbe coinciso con l'eliminazione del superfluo, per quanto possibile, dunque pochi vestiti, pochi libri, pochi oggetti personali. Poche sigarette.

Disabituo lentamente il mio fisico alla necessità di nicotina, non elimino il vizio, ma quello che non ha senso. Venerdì scorso ho fissato un obiettivo: una media di cinque sigarette al giorno. Qualche volta sono arrivata a quattro, o a tre. Una volta a sette, ma non ho più intenzione di farlo. L'obiettivo principale non è tanto (per ora) smettere di fumare, ma eliminare pian piano le cose fatte per abitudine e dare più significato ai gesti. E parto da quello fin troppo familiare di sfregare il pollice su una ghiera di metallo.

18 gennaio 2009

New year's resolutions/2: mens sana in corpore sano

Ce l'ha con la mia coda di paglia, lo so. Tra una settimana cominceranno gli ads di Google. Quando tra due settimane la schermata iniziale del mio pc si tramuterà in: LO VUOI MUOVERE QUELL'ENORME CUXXNE SI O NOOO? capirò che davvero non posso più aspettare.

(clicca sull'immagine per leggere cosa mi sta intimando quel cartellone)

16 gennaio 2009

Un'ora alla volta, per favore

Un'ora. Un'ora tra tele, materiali, soffitti alti, oggetti a tre dimensioni, muri candidi. Un'ora di ispirazione, un'ora perché è così che si fanno le cose accuratamente, ma senza lasciarsi sopraffare, senza lasciarsi confondere, permettendo alle sensazioni di fluire e sedimentare, senza che siano costrette a lasciare frettolosamente spazio a tutto il resto. Un'ora perché è il tempo che serve per costruire una curva emotiva, e non più di un'ora, perché smettere quando sei senza controllo è più difficile, perché la tua mente si stanca e non si accorge di essere stanca. Un'ora è quella che mi sono presa ieri per fare un giro tra i Pollock e i Picasso, tra un Dalì e un De Chirico, al terzo piano della Tate Modern. Un piano alla volta, ho deciso. Un'ora alla volta. Voglio assorbire tutto.

13 gennaio 2009

Quanto vale una parola?

Recupero feed arretrati. Nel giro di dieci minuti leggo un post prenatalizio di Luisa Carrada e uno di Folletto. Post piuttosto diversi, il primo è legato al lavoro, il secondo raccoglie citazioni, ma entrambi suggeriscono quanto sia impegnativo lavorare con le parole. Sorrido, e dico grazie.

New year's resolutions/1: imparare a usare il microonde

Anno nuovo, vita nuova. Di' la verità, quante volte ci hai pensato, tra buoni propositi e cambiamenti effettivi? Io ho dovuto giocoforza fare delle scelte, d'altra parte se tendi a rimandare le decisioni e le decisioni scelgono te, non puoi che apprezzare e cercare di dimostrare al fato che puntando il dito verso di te ha fatto la scelta più saggia.

Così eccomi qui, cercando di controllare l'umore a dispetto di un tempo atmosferico che fa delle mie giornate degli altalenanti alti e bassi. Altra fase ingurgitante della mia vita, piena di cose rimandate, notizie non lette, cibi non mangiati e nuove abitudini da far accettare all'organismo.

Per prima cosa, ho deciso che quello strano aggeggio che c'è in cucina e che cuoce in poco tempo non può essere usato solo per scaldare l'acqua e scongelare. Diamine, con la metà di quello che l'hai pagato ti ci usciva un bollitore coi contropacchi, quindi è giusto che l'attrezzo ti consenta perlomeno di recuperare l'investimento. Primo buon proposito per l'anno nuovo, dunque, imparare a usare il microonde.

A questo punto, posso condividere con te il primo risultato. Un risultato per cui bastano dieci minuti (e se tra le tue new year's resolutions esiste un proposito di svegliarti dieci minuti prima la mattina, sei a metà dell'opera), un uovo, un po' di burro, un po' di zucchero e un po' di farina. Ah, e un microonde, ovviamente. Ho sperimentato per te, e oggi ti propongo di fare da te i tuoi biscotti per la colazione.

Fai così: svegliati un quarto d'ora prima, vai in cucina con occhio cisposo, metti 75 grammi di burro in un pentolino e accendi il fuoco bassissimo. Ora prendi una ciotola, mettici dentro 150 grammi di farina, 75 grammi di zucchero e un uovo. Mescola, togli dal fuoco il burro che ormai si sarà sciolto, mettici anche quello e impasta per bene, prima col cucchiaio e poi con le tue manine. Ci metterai tra i 5 e i 10 minuti, a seconda di quanto sei sveglio appena metti giù i piedi dal letto. Ora fai del tuo impasto palline grandi come noci, schiacciale tra i palmi, metti quello che ne risulta su un piatto piano infarinato e metti il piatto in microonde, a potenza media, per 5 minuti.

Mentre aspetti i tuoi primi biscotti hai il tempo per prepararti il caffè, o se ti senti più british, il tè. Quando il tuo microonde si spegne da solo, togli i biscotti dal piatto e lasciali asciugare un attimo, ovvero, il tempo per metterti qualcosa addosso e domare la zazzera che hai in testa. Secondo i miei calcoli, dovrebbe esserti uscito impasto sufficiente per una seconda infornata, che fortunosamente incastrerai a tetris in questo preciso istante, così hai anche il tempo di infilare il tuo pc e l'alimentatore nella borsa (oppure mettila in frigo, e spera che quando torni sia ancora utilizzabile. Fallo a tuo rischio e pericolo, che io non ho mica provato). A questo punto sei pronto per la tua colazione. Sarai senz'altro in ritardo, quindi ti consiglio di mangiare i biscotti in piedi, mentre ti infili il cappotto. Per il caffè, o il tè, una lunga sorsata e via. Ricordati le chiavi di casa (eventualmente quelle della macchina) e copriti bene, che fuori fa freddo.

Se non ti senti pronto per sperimentare il tutto a occhi ancora chiusi, sii maratoneta dentro: inizia ad allenarti prima.