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12 marzo 2009

Prima impressione nei social network: quanto conta?

Non c'è bisogno di spiegare quanto conta la prima impressione nel contatto tra le persone (d'altra parte si sa, "non esiste una seconda occasione per fare una buona prima impressione"). Esistono studi a riguardo, esistono tutorial su come gestirsi in un colloquio di lavoro, esistono corsi che spiegano come presentarsi a un nuovo cliente. Molto di quanto c'era da scrivere è già stato scritto.


Persino chi lavora online sa quanto è importante una buona impressione. Dal sito aziendale al semplice titolo di un blog, molto di ciò che presentiamo in rete contribuisce a permettere a chi si imbatte nel nostro sito di farsi un'idea di noi ancora prima di leggere quello che scriviamo.
Se la prima impressione è così importante, cosa succede quando abbiamo a che fare con i social network? Quali sono i meccanismi che ci permettono di decidere in pochi secondi se quel nuovo contatto può far parte della nostra cerchia di conoscenti oppure no?
Nel momento in cui non abbiamo più molti dei segnali che usiamo nell'offline (come il comportamento non verbale, la gestualità, l'intonazione della voce, ...), probabilmente il giudizio si affiderà ad altri elementi, permettendoci in pochi secondi di farci un'idea della persona che ci sta di fronte.

Andiamo con ordine e vediamo se sono possibili alcune generalizzazioni.

  • Elementi visivi. Offline non possiamo non averla e dobbiamo fare i conti con essa. Online abbiamo la possibilità di inserire la foto sul nostro profilo (e molto probabilmente ne sceglieremo una che ci rappresenta al meglio o che rappresenta al meglio una delle nostre caratteristiche). La mia idea è che il non avere una foto sia discriminante rispetto ad averla, ovvero che avere una foto inneschi un processo di valutazione simile a quello che utilizziamo offline. Se sappiamo che faccia ha il nostro interlocutore, probabilmente saremo disposti a dargli più credito, mantenendo in un certo modo il livello di importanza che attribuiamo all'impatto fisico offline. Per ora è solo una supposizione, sarebbe interessante dare un'occhiata a eventuali studi esistenti (per esempio su LinkedIn o Facebook).


  • Elementi contestuali. Se la mia teoria è corretta, dopo l'impatto fisico cercheremo un surrogato di quanto è non verbale, paraverbale o contestuale. Credo che in questa categoria si possa inserire gli elementi grafici, la vivacità (e vitalità) del profilo che andiamo a visitare, la percezione dell'inserimento di quella persona nel proprio contesto (quindi gli scambi più o meno frequenti con altri, i commenti, i vari "like" e "fave") ecc. Immagino che verificare questa parte richieda studi psicologici più complessi e che non vedrò in giro niente di utile per un po', ma staremo a vedere.


  • Elementi sociali. Anche il contesto sociale è importante nella valutazione di una persona. In che contesto sociale l'abbiamo conosciuta? Con chi era in compagnia? Abbiamo amici in comune? Le amicizie comuni provocano un istantaneo istinto di riconoscimento, mentre il contesto sociale potrebbe influire sulla determinazione di entrare in rapporto con una data persona oppure no (molte più persone di quante non sappiano/non ammettano giudicano a priori qualcuno in base alle sue conoscenze e ad amici più o meno influenti). Offline però abbiamo il problema che le conoscenze sono quasi sempre "nascoste", mentre i media sociali ci danno una panoramica più vasta del contesto sociale di una persona. La compensazione può avvenire semmai in altri termini, quando succede di escludere persone che hanno "troppi amici": in questo caso la valutazione è di tutt'altro genere e ci fa pensare a qualche forma di spam. Credo dunque che, così come il contesto sociale può influire sulla valutazione, anche il contesto sociale online sia importante nel determinare la prima impressione.

Mi piacerebbe poter approfondire in futuro, avete un'opinione in merito o conoscete ricerche che parlano di queste cose?


06 settembre 2008

Crisi di mezza eta'

Questo blog, le fasi di un blog, le ha attraversate un po' tutte. All'inizio erano i video, le foto e le storielle buffe. Un posto dove si andava quando non c'era niente da fare o si aveva, appunto, tempo da perdere. Questo era il progetto originario di (tra quattro giorni) due anni e mezzo fa. Mi sono stancata presto, far rilassare le persone non e' poi cosi' facile e io, comunque, ho sempre avuto un po' la bizza di scrivere cose mie.

Dalla sua nascita, questo blog ha rischiato la chiusura tante di quelle volte che se volessi elencarle tutte mi ci vorrebbe un'intera moleskine. Ha rischiato di chiudere per stanchezza, per mancanza di tempo, per evitare l'imbarazzo di dire cose gia' dette e pure meglio. Questo blog ha rischiato il matricidio fin dalla nascita, povera creatura. E sono venute le pause di riflessione, i riavvicinamenti, il distacco le riappacificazioni. Questo blog, nel suo piccolo, io tutto sommato lo amo, sono orgogliosa di molte cose che contiene.

Ma tutto intorno e' aria di crisi, chi ha iniziato a scrivere piu' o meno nello stesso periodo, o poco prima, medita di sbaraccare tutto e di darsi all'ippica, che diverte assai di piu'. Quasi tutti i blog che seguo da tempo danno segni di cedimento emotivo, hanno la crisi di mezza eta'. Sforzandomi il giusto, posso arrivare a capirli, senza per ora seguirli.

Ho imparato a distinguere le categorie dei blog e a capire le motivazioni dei loro autori. Esclusi i blog tematici, i blog di nanopublishing, quelli che per i loro autori diventano un lavoro e poco altro, rimangono solo i blog personali, che si possono raggruppare in due categorie: quelli che l'autore scrive per se' e quelli che l'autore scrive perche' non ha di meglio da fare. A lungo andare, la distinzione diventa evidente: nel secondo caso, il blogger sostiene che non ha mai tempo per gli aggiornamenti e la qualita' di scrittura, cosi' come il numero dei post, subisce una brutta frenata. Anch'io avrei potuto essere assimilata a questa categoria, in realta' sono sempre oscillata tra le due parti della barricata. Il fatto che sia ancora qui pero' forse mi fa pensare che non sia del tutto cosi'.

Curiosamente, tutti i blog ascritti alla seconda categoria, se non muoiono prima, vengono ripopolati nel momento in cui l'autore, per qualche ragione, perde per un istante l'equilibrio. D'altra parte si sa, scrivere e' terapeutico, si tende a riordinare i pensieri quando sono in disordine. E sbattere in faccia al lettore ogni minuto quanto si sta bene, quanto e' bella la vita e quanto le cose ci stiano andando alla grande non e' solo un volersi far invidiare a ogni costo, ma e' anche un po' da esibizionisti. Per tutto occorre una misura, tanto per il pessimismo cosmico quanto per l'ottimismo universale. Stancano entrambi molto in fretta.

Poi capita di andare a leggere quello che succede in giro. Una volta erano le polemiche, e le polemiche ci sono ancora. Tanti blog sono pervasi da cultura televisiva, dove chi urla da' spettacolo, dove vige il sensazionalismo, lo scandalo a ogni costo. Le polemiche servono a passare un annoiato pomeriggio facendo zapping alla tv, perche' vedere la bassezza dell'essere umano medio ci interessa, ci intriga e ci permette di essere uomini medi che si sentono un gradino superiore a tutti gli altri uomini medi, mentre le sfighe altrui ci consentono di sopportare la noia e di pensare che menomale, c'e' anche chi e' piu' sfigato di noi.

Le polemiche una volta mi interessavano, volevo vedere chi sarebbe emerso e con quali argomentazioni. La retorica e' sempre stata uno dei miei interessi principali, capiscimi, una che si laurea in comunicazione e a cui vengono propinate tutte le sbrodolate linguistiche piu' improbabili si diverte a vedere anche queste cose. Ma ora mi e' venuto tutto a noia, nessuno sa piu' controargomentare, nessuno e' piu' capace di convincermi che vale la pena vedere come andra' a finire. E' solo la copia di mille riassunti, come diceva Bersani. Noiosa, ripetitiva, monotona, uguale. Cambia l'argomento e si ricicla il dibattito dell'argomento appena chiuso. Ora sono un po' stanca di farmi sciogliere i legamenti delle ginocchia a ogni stringa di testo. Le informazioni so dove cercarle, per il resto seguo le persone, le loro storie, i loro intrecci, le loro paure e le loro emozioni. Questo e' quello che mi interessa. Il resto mi sfiora il giusto e spesso sfocia in un mark as read (nei casi piu' frequenti, in un unsubscribe), o in un cambio di pagina piu' veloce rispetto alle statistiche di Nielsen.

E comunque, io, per le polemiche, ho studiato la perfetta soluzione win-win. Facciamo cosi': prendiamo una polemica grossa, facciamo votare la gente, contro VS a favore. Vince contro? Vince a favore? Chi se ne frega, alla prossima polemica si copiaincolla il vincitore. Si tolgono i dubbi velocemente con una risposta chiara, semplice e veloce. Si risparmiano ansie da prestazione e refresh compulsivi, ore di ticchettii furiosi sulla tastiera e scatafascio di cabasisi ai lettori. Non vi sembra un'idea geniale?

25 maggio 2008

Eventi fighi/2

Ieri è stata la volta del MicroCamp, un barcamp focalizzato sul microblogging organizzato da Tommaso, Juliette, Davide e Zero9 tutta. Qualche spunto interessante e molta ansia da parte mia (non ho ancora risolto quel piccolo problema di chiacchierare davanti a un pubblico). Durante la settimana ho avuto modo di parlarne con diverse persone che mi hanno aiutato a modellare il discorso. Quello che ne è uscita è una riflessione sull'importanza della dichiarazione del mood in rete. In realtà il discorso si inserisce in un contesto più ampio, da qualche tempo guardo cosa succede in rete, navigo blog link per link e cerco di scoprire cosa pensano le persone, in base alle dinamiche che reggono questa matassa di relazioni. In particolare, quello che mi interessa è scoprire cosa ci succede di strano quando siamo in rete, cosa cambia nella relazione quando c'è di mezzo un (scusa il gioco di parole) mezzo che la media.

Se ti sei perso la presentazione e il discorso ti interessa, mentre carico la presentazione su slideshare puoi leggere un sunto del discorso.

Qualche tempo fa, (grazie ad Alberto, mi ricordava ieri ;) mi sono imbattuta in un servizio online (moodjam) che permette di descrivere il mood attraverso colori. Non sono stati i colori in sè a sorprendermi, ma la facilità con cui era possibile descrivere il mio mood, le mie sensazioni, il mio stato d'animo attraverso i colori ancora prima che attraverso le parole. Mi sono ritrovata poi a navigare in cerca di altri servizi che permettessero di esprimere il mood e mi sono trovata di fronte ad una grande varietà di siti diversi, tra cui emotionr, i rate my day, moodmill, beemood. Può essere un caso, dovuto alla ridondante presenza di qualunque tipo di servizio in rete, ma secondo me non è così banale. La valenza sociale della dichiarazione di mood è forse più forte di quello che pensiamo, in fondo chiedere "come va" è l'atto più spontaneo nell'incontrare una persona. Il mood spesso condiziona gli argomenti, sicuramente, fungendo da feedback, condiziona una quantità di segnali non verbali e relazionali. L'espressione di mood trova oggi facilmente espressione in molti servizi dedicati, così come è successo ad altri "accessori" della pubblicazione, ma come azione in sè esiste da tempo, basti pensare al modo in cui contestualizziamo i discorsi attraverso le emoticons. Dopo aver subìto questo processo di frammentazione, il mood viene riformalizzato in spazi dedicati, ad esempio in Facebook esiste una casella di testo che invita a fare esattamente questo, inserire lo stato d'animo. L'estremizzazione di questo concetto è concretizzata in twistori, un servizio che consente di costruire narrazioni automatiche attraverso un flusso di twit scelti a caso nel database attraverso le parole chiave selezionate dall'utente. Twistori è una narrazione automatica di ciò che potrebbe fare ciascuno di noi attraverso la sola sistematizzazione delle espressioni emotive.


Sono emersi molti spunti interessanti nella discussione che ne è seguita, alcuni hanno portato propri punti di vista. Una nota a parte merita musicovery, suggerito mentre chiedevo cosa sarebbe successo se last.fm avesse implementato una funzione basata sul mood (se me l'hai suggerito tu oltre a Silvia, per favore scrivimi che metto i credits!)

Detta così, una presentazione fatta in dieci minuti sembra facile. I retroscena sono molti, dalla definizione dei servizi (con Bru), alla gestione di una settimana del panico da conferenza (di Biccio), agli spunti e riflessioni (da Tommy a Gaspar a Gianandrea UPD ops, a Fol :D...), alla realizzazione delle slide (di Alice), alla gestione del panico on site (Susan) e al supporto generale tecnico/psicologico del mio team. Nota a margine, abbiamo poi concluso degnamente il camp con il DottaviCamp (muà). Per dire, le emozioni gestiscono un sacco di situazioni, ecco.

23 gennaio 2008

Considerazioni sul rapporto tra aziende e conversazioni

Ciò che segue è un prodotto lungo e tutt'altro che originale di una serie di pensieri e considerazioni sul rapporto tra aziende e conversazioni. Abbiate pazienza, mi serve per mettere in ordine le idee in vista di un progetto più ampio (leggasi: tesi)

Qual è il fattore più lampante che emerge da tutta questa fuffa di web 2.0? Le persone, le loro storie, i loro interessi, le loro relazioni. Il prodotto più evidente di questo fenomeno sono sicuramente i blog (anche i social network, ma per ora sorvolerò). Dopo aver permesso alle persone di pubblicare liberamente idee e contenuti, permettendo allo stesso tempo un confronto diretto e paritario, i blog hanno lentamente allargato la loro sfera di influenza, fornendo preziosi contributi alla conoscenza, alla politica, al settore tecnologico e dell'informazione, ma anche alle aziende.

I blog aziendali sono al centro di un ampio dibattito sulla loro ragione di esistenza: come può un'azienda conversare liberamente senza rivelare all'esterno dati preziosi che fanno parte del suo core business? A mio modo di vedere, questo è un problema soprattutto di atteggiamento italiano. I blog aziendali sono all'estero una realtà in espansione che in Italia fatica ad affermarsi, un modello ripreso solo timidamente dai pionieri del Bel Paese. In Italia siamo scarsamente propensi a collaborare, siamo pregni di una cultura che riconduce all'assunto "informazione è potere", siamo così arroccati sulle nostre posizioni che il concetto di "scambiamoci un'idea anzichè una mela, perchè ne avremo due ciascuno" ci sembra così un gran bell'assioma che ci guardiamo bene dal metterlo in pratica.

Il blog è apertura pressochè completa. Ma teniamo presente che in un blog personale, benchè io possa parlare di me stessa, non sono obbligata a rivelare dettagli intimi, ma non per questo mi è preclusa l'opportunità di conversare e confrontarmi. A domande dirette, posso decidere di rispondere direttamente, rispondere indirettamente o glissare. D'altra parte, io non devo vendere niente, devo solo mantenere le mie relazioni con l'esterno. E così un'azienda, per il fatto di avere un blog aziendale, non è costretta a rivelare segreti indispensabili al mantenimento del core business, ma può rilasciare all'esterno una quantità considerevole di informazioni che le servano a mantenere le sue relazioni con il suo pubblico. Ma l'azienda è sul mercato per vendere, a domanda diretta non può mantenere il mio stesso atteggiamento. Solo che l'azienda ha due strumenti importantissimi che io non ho: uno, interi dipartimenti di PR di cui si serve in caso di difficolta e due, soprattutto, le persone che ci lavorano. Essere dipendenti di un'azienda non ci fa smettere di essere persone e con i dipendenti giusti (vedi entusiasti e con buona capacità di comunicare) rispondere a domande dirette non dovrebbe essere un gran problema.

Consideriamo quindi un altro fattore. Io posso tenere un blog personale e rispondere a domande che mi riguardano perchè, presumibilmente, sono la persona che mi conosce meglio. Dunque posso proporre il mio punto di vista più in fretta e in modo più preciso rispetto a quanto possono fare gli altri. Ciò non significa fingere che non esistano altre persone che la pensano diversamente. Se ne ho voglia, posso confrontarmi con loro e sperare di crescere un po' di più, come persona. Se il mio business consistesse nella mia persona, il fatto di conoscere le opinioni altrui per migliorare lati di me, per dare agli altri ciò di cui hanno bisogno o per anticipare tendenze future e bisogni latenti, sarebbe per me un enorme vantaggio rispetto alla concorrenza. Se tutto ciò è vero, forse a maggior ragione il discorso è valido a livello aziendale.

Ma qui si delinea un evidente paradosso. Spesso l'azienda non è il soggetto che conosce meglio i suoi prodotti, perchè li fabbrica (o li eroga, nel caso dei servizi) ma non li usa. Per quanto un'azienda creda di aver dato il meglio di sè, non sarà in grado da sola di capire se il suo è un buon prodotto, ma agirà come se lo fosse, arroccandosi sulle proprie posizioni quando il prodotto viene additato nei suoi lati negativi. Il perchè lo faccia è chiaro, ha un interesse economico nel vendere la propria infallibilità nella produzione, pena la perdita di una parte del mercato.

E qui entrano in gioco gli utenti, che rispetto all'impresa hanno un doppio vantaggio: conoscono meglio il prodotto e non hanno nessun interesse nel parlarne bene, l'unico interesse che hanno è mantenere le relazioni con l'esterno. Come dice giustamente Weinberger, la credibilità che essi hanno sta nel loro interesse nella conversazione, ma anche nella loro ammissione di fallibilità. Sono esseri umani, e sono consapevoli che le loro opinioni non sono valide in assoluto. Per un'azienda, ammettere la fallibilità di un progetto o di un prodotto è un rischio che può comportare la perdita di generose quantità di denaro.

Cos'è in grado di cambiare la cultura della rete? Gli utenti attribuiscono credibilità all'essere umano, e conversano solo per il gusto di partecipare alla conversazione. D'altra parte, sanno che l'essere umano è fallibile, e sono disposti a perdonarlo proprio in funzione della sua fallibilità. Ora, se come ho scritto all'inizio il fattore principale che emerge prepotente nella fuffa 2.0 è la componente umana della rete, perchè dovrei rifiutare a priori l'ingresso nella conversazione alle aziende che si mettono sul mio stesso piano, pur ammettendo la loro fallibilità? In fondo, ciò che noi ci ostiniamo a chiamare "impresa" è solo un insieme di esseri umani organizzati e fallibili.

L'atteggiamento tutto italiano che vede aziende e consumatori contrapposti è il risultato di qualcosa che le aziende ci hanno insegnato. "E' tuo, gratis", ma in grigino corpo 8 c'è l'inghippo, sicuramente. Le aziende hanno addestrato i propri consumatori a cercare la fregatura e ora i consumatori antepongono un atteggiamento critico a qualunque cosa sia di sapore vagamente aziendale. Ma se le aziende insegnano ai propri consumatori che non hanno niente da temere, aumentando la trasparenza, forse i consumatori possono conseguentemente modificare il proprio atteggiamento nei loro confronti.

22 gennaio 2008

Che succede fuori dall'orticello?

Il piccolo esperimento di Tommaso mi fa stupire per l'ennesima volta di come le aziende italiane si stiano dimostrando sempre più ai margini della conversazione. Qualche giorno fa pensavo alla sensazione che si prova ad uscire dall'Italia (anche solo leggendo blog stranieri), si viene letteralmente presi a schiaffi dalle idee e dalle novità, come se la stagnante staticità culturale fosse un lungo sonno dal quale ci si sveglia. Le dinamiche in rete cambiano a velocità esponenziale rispetto all'adeguamento della cultura aziendale, è ovvio, ma le aziende scelte da Tommaso sembrano non essere estranee a queste stesse dinamiche, qualcosa dovrebbero avere imparato. La nostra cultura si è sviluppata, nel bene e nel male, tra amici di amici. Il problema è che in tutto questo far precedere il nome da titoli e amicizie, la persona rischia di perdersi e le idee di venire continuamente accantonate per chiudersi nella propria rassicurante staticità.

Ho la netta sensazione che modificare l'immobilismo culturale italiano sia più faticoso di quanto mi aspettassi. E che l'Italia continuerà ancora a lungo ad essere terreno poco fertile per l'innovazione, a causa di una cultura che non ha un reale interesse a cambiare.

11 gennaio 2008

Dei risvolti negativi della coda lunga

Vi ho sentiti. Tutti lì a osannare da mesi i prodigi della coda lunga. Tutti a sostenere il modello, nessuno che muova una critica nei suoi confronti. Ebbene, se devo essere la prima a farlo, lo farò.

Forse non ci avete mai pensato, ma la coda lunga è ciò che attualmente provoca i maggiori danni a livello di comunicazione interpersonale tra uomo e donna. Tralasciando tutti i momenti romantici in cui è possibile gambizzare il romanticismo femminile estraendo uno dei concetti della coda lunga a caso, il problema principale è legato principalmente a quel settore cui tanto sembra aver dato, ovvero quello musicale.

Giovani e meno giovani si ricorderanno dell'epoca in cui i ragazzi si dividevano in due grandi categorie: Beatlesiani Vs Rollingstoniani. Erano i bei tempi in cui il ragazzetto di turno che intortava la squinzia di turno aveva la possibilità di indovinare nel 50% dei casi i gusti della sua bella. Se attaccava bottone con la domanda "che musica ti piace" e disgraziatamente la donzella era della fazione contrapposta, il giovine virgulto poteva comunque puntare su quei tre/quattro ritornelli che, anche se di partito avverso, potevano permettergli di concludere la serata a pieno regime. Insomma, nel frasario era possibile recuperare un ritornello qualunque dell'odiato gruppo rivale e, anche se con la pinza al naso, due picconate entro la fine della serata non erano negate aprioristicamente a nessuno.

Prova ora a guardarti intorno e a vedere l'enorme devastazione provocata dalla coda lunga.

Ragazzetto: Ciao, che musica ti piace?
Squinzietta: Principalmente post rock indie lo-fi, e a te?
Ragazzetto: Uhmmmm, si anche a me più o meno. Conosci i Belle and Sebastien?
Squnzietta: No, non hai capito niente, io sono più da Simply Plan.
RagazzettoImbarazzato: Aaah, sì, quelli di... quella che fa... mmm...
SquinziettaScocciata: ...
RagazzettoInBianco: Ok, è stato un piacere.
SquinziettaCheNonTeLaDa: Ciao.
Ecco, questo mi sembra un dramma moderno da non sottovalutare. Il rovescio della medaglia è che ho conosciuto qualcuno che conosce i Wallflowers e dunque tocca sposarlo.

08 gennaio 2008

Acqua sotto i ponti

Da un po' non riapro questo blog. Da quando la mia vita ha subito una brusca svolta e io mi ritrovo bloccata a cercare di scrivere qualcosa di utile. Nell'ultimo periodo sono stata in semi-isolamento, il che aiuta le seghe mentali ma annulla la capacità di essere sociali. Due ottime cose, insomma.
Il mio isolamento ha prodotto una teoria, di per sè abbastanza stupida, ma quel che è peggio, completamente inutile. Riporto qui di seguito.

Recentemente mi sono trovata a pensare alla relazione tra barcamp e blogosfera, a partire dai motivi per cui ritengo che il modello comune in Italia non sia calzante.

La connessione più ovvia è: le notizie sui barcamp spesso si diffondono sui blog e dunque gli individui che più probabilmente avranno non solo accesso alle informazioni ma anche interesse sono probabilmente gli stessi blogger. Difatti, in Italia recentemente il barcamp è diventato più un aggregatore vivente che un confronto per la diffusione di nuove idee. Quando a un barcamp incontriamo qualcuno che finora avevamo solo conosciuto telematicamente (dalla sola lettura del blog alle interazioni più strette via IM) il meccanismo è di aggiungere valore della relazione umana alla nostra identità virtuale, o come dice Granieri (in Blog Generation) il point of presence in rete che racconta la storia intellettuale e permette di entrare in relazione attraverso il confronto. Ma non è solo questo.

I barcamp raccolgono i blogger come se ci si trovasse immersi in un aggregatore fisico, vivente. I blogger raccontano, attraverso gli speech, qualche argomento di loro interesse che intendono approfondire. Come se facessero un post, insomma. Dal canto loro, gli ascoltatori propongono argomentazioni, approfondimenti, spunti di riflessione, domande. Come nei commenti, insomma.

Allora, è possibile considerare i barcamp come se fossero un live-blogging, non inteso nel senso tradizionale, ma in senso letterale? Un modo di bloggare live, in diretta, con un feedback diretto?

Perchè se così fosse, interventi come quelli di yoo+ ai vari barcamp, ad esempio, si potrebbero considerare live corporate blogging.

L'isolamento mi fa male, eh.

28 novembre 2007

I banner scortesi

Un paio di settimane fa leggevo un articolo di Giampaolo Fabris dal titolo "Pubblicità con internet, l'intruso diventa scortese" (qui l'archivio degli articoli). In buona sostanza, mentre internet rappresenta una rivoluzione positiva del mondo dei consumi, la pubblicità spesso non gode dello stesso favore. I banner compaiono nei momenti meno opportuni, sotto forma di scritte lampeggianti, immagini che si dilatano, pop up fastidiosi. L'insofferenza degli utenti sta aumentando e anche la pubblicità costruita su misura per questo mezzo dovrebbe cominciare a tenerne conto. Una pubblicità sempre più maleducata, dunque, che chi utilizza internet all'insegna del risparmio di tempo considera incursioni indesiderate.

Io sono sostanzialmente tollerante ai banner, sarà deformazione professionale ma mi piace vedere le soluzioni con cui i pubblicitari cercano di attirare l'attenzione degli utenti. Alcuni sono anche simpatici. Ma stamattina, dopo aver effettuato l'accesso su yahoo groups, è comparso questo:


Non c'è stato verso di toglierlo, neanche cliccando insistentemente sulla X. Per riuscire ad utilizzare la pagina che avevo aperto ho dovuto ricaricarla. Inutile ammettere che ho pensato molto a quest'azienda, stamattina. E, parafrasando una tesi del Cluetrain Manifesto, quando qualcuno pensa spesso ad un'azienda non è quasi mai una cosa positiva.

24 ottobre 2007

Un punto di vista sociale: le polemiche sui contenuti

E' da un po' di tempo che penso alla polemica sui contenuti della blogosfera. La blogosfera è fatta di fuffa, non ci sono i contenuti, quello che emerge non è informativo, quelli che scrivono non sono giornalisti, la blogosfera non può entrare a pieno titolo nei media di informazione e via dicendo.

Ad essere sincera, mi sono un po' stancata.
Penso che ci sia una sopravvalutazione di qualche elemento, mentre qualche altro elemento, anche se sotto gli occhi di tutti, continua a sfuggirci.
Per cercare di spiegarvi come la penso, procederò per esagerazioni.

Quando osservo la rete, parto dal presupposto che internet non sia nient'altro che una trasposizione della nostra vita sociale, quella offline intendo, e che i rapporti su internet spesso riflettano i nostri rapporti reali.

Dunque, partiamo da alcune considerazioni semplici. Una parte della mia vita, per così dire reale, si è trasferita sul web, per diversi motivi (ad esempio, perchè il mio lavoro implica lo stare molte ore connessa, oppure perchè nella mia vita reale poche persone intorno a me condividono la mia stessa passione per i media sociali e le nuove tecnologie). La mia vita si è divisa: ho una parte di relazioni normali, amici con cui uscire e cenare, persone care a cui telefonare e una parte di relazioni sul web, che riflettono le relazioni tradizionali (amici con cui discutere o con cui andarmi a prendere una birra di tanto in tanto, amici che sento via im, twitter o blog). Ma mentre una volta chi aveva una vita online era un disadattato sociale (non sempre, ma passatemi l'iperbole), ora sempre più persone si ritrovano nelle mie stesse condizioni. Non credo di avere patologie connesse al mio stare online, non sono una persona socialmente isolata, e anzi, credo che sempre più persone negli ultimi anni si siano ritrovate nelle mie stesse condizioni.

Ora, se è vero che molte persone normali hanno trasferito una parte della loro vita reale in rete, vi hanno trasferito anche una serie di esigenze e comportamenti sociali normali. Schematizzando, dal mio punto di vista abbiamo sostanzialmente bisogno di bilanciare tre componenti: intellettiva/culturale, creativa/distensiva e relazionale. Se stessimo parlando di libri, azzarderei paragonare la parte intellettiva/culturale ai saggi, la parte creativa ai romanzi e la parte relazionale alle semplici chiacchiere che servono a mantenere le relazioni (chi ha studiacchiato comunicazione probabilmente sa di cosa parlo e mi può aiutare a definire meglio quest'ultima parte). Nella vita online abbiamo a disposizione gli strumenti per trovare tutti e tre gli elementi, e spesso li bilanciamo, adattandoli al nostro carattere, senza rendercene conto. E dunque attingiamo dalla rete alternativamente queste tre componenti, secondo necessità.

Ora, porre l'accento sui contenuti sembra quasi chiedere in continuazione saggi. Dal mio punto di vista, la rete può fornire anche quell'elemento, ma non esclusivamente quello, per due motivi: uno, perchè le chiacchiere della vita reale sono, nel bilanciamento degli elementi, enormemente superiori alle altre due componenti; due, perchè sarebbe come chiedere un saggio con novità sostanziali su un argomento specifico più volte al giorno, se consideriamo l'enorme quantità di contenuti forniti quotidianamente dall'insieme dei blog.

In tutto ciò, mi guardo bene dal concludere che il fenomeno sia positivo o negativo. Il mio è solo un tentativo di paragonare il comportamento sul web al comportamento sociale. Se così fosse, forse guardare la rete solo dal punto di vista dei contenuti è una limitazione, si rischia di guardare il problema da un lato solo e di perdere di vista il fenomeno nel suo insieme, che sta diventando via via più complesso fino ad assomigliare alla società che ci circonda.

UPDATE, so che qualcuno di voi vorrà vedere qualcosa a proposito delle polemiche sul Corriere sopracitate, così vi lascio giusto qualche link: qui, qui, qui, qui, solo per fare alcuni esempi.

18 ottobre 2007

Pensieri sparsi 2 - il barcamp a tavolino (in senso letterale)

Mentre socializzavo con un altro gruppo di nemici (vedi post precedente), a pranzo ho parlato con Chiara, Gabriele e Giorgio (io non sono mica sicura che si chiamino davvero così, in caso negativo ho usato nomi di fantasia per rappresentarli, ecco). Dei guaglioni in gamba, davvero. Due di loro lavorano al LaRiCa, non vi dico chi sennò non c'è gusto (suvvia, un po' di sana caccia al tesoro anche per voi, che vi fa bene).

Il modo migliore per conoscersi, se non ci si è mai visti, ormai è scontato: si organizza un piccolo barcamp a tavolino (con tanto di tovaglia, piatti e bicchieri) parlando di temi comuni. Il nostro tema comune era la rete (ma va'? direte voi. E io vi rispondo: se non ve ne state buonini chiudo il post e bona lì).

E qui viene il bello. I discorsi che ne sono seguiti sono stati davvero interessanti. Abbiamo iniziato parlando di esibizionismo in rete, parlando di una ricerca finita e mai presentata, per proseguire spaziando dalle dinamiche comunicative ai rapporti macro-micro. Cosa ci porta a mettere in piazza tutti i nostri segreti non tra amici ma in rete? Che connessione esiste tra microrealtà e sistema nel complesso? Come si evolvono i rapporti in rete?

Il mio punto di vista è che la rete non ha inventato niente, sul web troviamo replicate le stesse relazioni sociali che esistono nella realtà. L'amplificazione che ne consegue non sempre è negativa, si possono ignorare le informazioni superflue o non interessanti, ritornando dunque a parlare di comunità di condivisione. L'esibizionismo in rete è un po' l'effetto del grandefratellismo della realtà, ma l'esposizione che ne consegue non è spesso controllata coscientemente dai soggetti coinvolti. Il litigio con un amico, che forma fazioni contrapposte in un gruppo di individui forma fazioni contrapposte in rete, mentre il sostegno è reale quanto quello che sperimentiamo ogni giorno. Ci sono stati parecchi contributi interessanti alla discussione da parte dei miei tre compagni di pizza e io ho potuto confrontarmi con persone competenti nel tema che mi sta più a cuore, la socialità della rete.

Si è parlato di blog, perchè i blog di gruppo spesso non funzionano? Quanto fa parte di noi un blog, e quanto ci mettiamo della nostra personalità? Quanto ci esponiamo? Il discorso non è banale, perchè implica un atteggiamento di intimità con uno strumento nuovo. Pensiamo a quanto c'è di noi nel nostro cellulare, a quanto ci costerebbe perderlo, a quanto teniamo a quello che c'è dentro. Per il blog il discorso non è troppo diverso, i blog che funzionano meglio di solito contengono una parte di noi, coinvolgendoci in una dinamica affettiva e spesso irrazionale. Anche se parlano di tecnologia o automobili o argomenti in apparenza freddi e distanti. Anche se parlano dei pericoli legati alla privacy.

Mi sa che questo è un esempio involontario di conversazionidalbasso. Mi sa anche che è per quello che poi alla fine non abbiamo vinto. Io a tavola mi ero giocata il mio unico neurone funzionante :P